di Daniela CoinConsulente per il Benessere Olistico

solitudine-meditazione

Un’intera esistenza passata a cercare problemi e a soffrire cercando di risolverli, ma perché?

C’è questa folle abitudine che ci rende partecipi, fin dai primi anni di vita, di un girone che ci spinge a giudicare ogni cosa facendoci idee su cosa è bene e cosa è male e poi a trascorrere le giornate cercando di capire se quello che abbiamo intorno si incastri o si scontri con le nostre idee. Se si scontra allora possiamo lamentarci, soffrire, dare colpe, odiare e uccidere, se non si scontra possiamo soffrire ugualmente nell’accorgerci che quello che abbiamo non ci rende comunque felici. Ma se per caso dovesse darci la parvenza di renderci felici non saremmo comunque liberi di goderci questa gioia perché comunque vivremmo nel terrore che quello che abbiamo ci venga portato via.

La domanda è: perché? Perché ci comportiamo così?

Ci sentiamo vuoti, mancanti. Sentiamo il bisogno di riempire gli spazi, i silenzi, la solitudine. Allora da qui nasce il bisogno di controllare, di avere delle regole, dei punti di riferimento, delle idee su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Una volta che abbiamo tutte questi punti di riferimento abbiamo l’impressione di sentirci al sicuro, ma alla fine, appena un paletto vacilla, cadiamo nella disperazione e nel vuoto. Ci sembra che la realtà ci venga addosso e che il mondo ci sia nemico. Ci sentiamo irrimediabilmente soli anche in mezzo a migliaia di persone, anche accanto alla persona che amiamo, anche quando abbiamo tanti soldi e un lavoro che ci piace. Spostiamo tutte le nostre priorità, cambiamo i nostri desideri e le mete da raggiungere perché sappiamo che tanto non saremo comunque mai felici. Una volta ci credevamo, avevamo l’idea che una volta che avremmo ottenuto quella cosa saremmo stati felici e poi? No, poi la ottenevamo e comunque non eravamo felici. Allora abbiamo posto mete sempre più irraggiungibili. Ma io vi dico, fare un esperimento se volete: prendete una persona che ha quello che volete voi e guardatela, cercate di passare un po’ di tempo con lei o di parlarci. Spesso è sufficiente guardarla ma se volete proprio la prova del nove, parlateci, e cercate di capire se quella persona è davvero felice. Non lo sarà. Non può perché c’è solo un luogo dove esistono pace e serenità e questo luogo è fuori dalla materia e dai sentimentalismi e dalle idee e da qualunque pensiero che possiamo fare.

Il senso di vuoto accade a tutti. La ricerca che ne consegue è uno stimolo innato che non possiamo ignorare. Infatti il male più grande che prova l’essere umano è questo senso di abbandono, distacco, solitudine e disagio interiore.

La mossa sbagliata è fare quello che fanno tutti. Ovvero: cercarlo nella soddisfazione di bisogni esteriori. E anche l’amore, inteso come siamo abituati a considerarlo noi, è un bisogno esteriore. Il nostro amore è un’esigenza di sentirci amati, accettati, voluti, protetti, rassicurati, ed è sempre soggetto a regole che scaturiscono dalle nostre idee e quindi non è mai un darsi e un ricevere aperto ma è sempre un baratto che si fonda su delle regole.

Detta in modo più semplice: noi ci sentiamo vuoti, mancanti, e l’amore è la manifestazione terrena che più ci dà l’impressione di sentirci riempire. Perché l’amore umano, inteso come storia sessual-sentimentale, a differenza dei soldi e dei beni materiali, si confronta con un altra entità che stabilisce se noi siamo meritevoli o meno. Questo perché siamo convinti che l’Amore e la scomparsa del senso di Vuoto arrivino solo se siamo “bravi e buoni”. Quindi andiamo da un partner che sembra avere le giuste caratteristiche che sono le cose che noi abbiamo deciso che ci piacciono, facciamo di tutto per farci amare, lo sottoponiamo a continui test e ricatti per verificare il suo amore e per tenercelo stretto, e notiamo che comunque ancora ci manca qualcosa. Sempre. Allora diamo la colpa al partner, lo lasciamo, creiamo volutamente dei problemi, conflitti, colpe, per toglierci ancora una volta, per l’ennesima, la responsabilità della nostra serenità e conseguente felicità.

Allora la risposta qual è? Cosa dobbiamo fare?

In realtà non occorrerebbe fare niente perché sarebbe sufficiente accorgersi di quanto detto sopra. Ognuno a proprio modo, chi più chi meno, vive le situazioni sopra elencate, solo che le ritiene normale amministrazione. Tutti fanno così, mi hanno insegnato sempre e solo a fare così, e io continuo così.
Io dico: prendetevi la responsabilità di quello che fate.Accorgetevi che se voi girate per strada cercando un uomo che colmi i vostri bisogni, e quindi trovate un uomo da usare per le vostre mancanze, non arrabbiatevi se questo uomo poi userà voi. E questo è un esempio fra tanti, se ne potrebbero fare mille.

C’è una cosa, in utlima istanza, da considerare. Ovvero che non è possibile osservare onestamente quando ci si sente in stato di pericolo e mancanza. Se io mi sento abbandonata e in pericolo, non posso osservare in modo neutro perché il mio guardare sarà sempre rivolto con un occhio alla ricerca di qualcosa che mi faccia stare meglio, quindi osserverò cercando di vedere qualcosa che mi dia una speranza. E quando si guarda cercando di dimostrare qualcosa si tralasciano alcune prove che potrebbero far crollare la nostra tesi e se ne avvalorano altre che potrebbero farci sentire meglio.

L’unico modo per fare un’analisi sincera e per accorgerci di come siamo, di come creiamo la nostra realtà, è quello di sentirci sereni e sicuri, almeno nei momenti in cui decidiamo di “meditare” sulla nostra vita e su quello che facciamo.

Il vuoto e la mancanza che proviamo sono causati dal distacco dalla Fonte, da Dio, dall’Universo o dalla Natura, chiamatelo come più vi piace. E il solo modo per sentirci protetti è quello di ricollegarci con la Fonte. Ma non è possibile alcuna quiete, alcun contatto sincero, se è presente il logorrio della mente incessante. Ogni gesto caratterizzato dalla paura ci spinge lontani dal Padre e in alcun modo ci dà la possibilità di sentirci appagati e felici.

E opportuno, quindi, cercare un po’ di quiete, un po’ di rilassamento. Abbandonare le paure per un po’, stare sereni senza pensieri, e, una volta ottenuto un buon equilibrio e la naturalezza a dimorare, almeno nei momenti di rilassamento e meditazione, nella serenità, io consiglio di iniziare ad osservare cosa facciamo e cosa il nostro fare produce nella nostra vita di rimando.

L’importante, intanto, è quello di prenderci dei momenti nostri, momenti in cui siamo tranquilli e da soli, e stare in silenzio, senza stimoli, senza pensieri per quanto possibile.

Io non insegno tecniche di meditazione, ne esistono a centinaia e ognuno può adoperare quelle che sente più idonee al proprio tipo di persona. Io ho amici che meditano passeggiando, chi pratica la vipassana e decine di altre tecniche orientali e non di rilassamento e meditazione; altri utilizzano mantra ripetuti, altri ancora staccano la mente col tai chi o con la danza. Non c’è una regola, l’importante è che questo vostro modo di meditare vi aiuti a staccare la mente dai vostri problemi e vi doni un po’ di tranquillità e serenità.
Se scegliete un tipo di meditazione che vi richiede di rimanere fermi con gli occhi chiusi, vi consiglio di scegliere dei posti dove vi sentite al sicuro e dove nessuno può interrompervi, specie se scegliete di andare in profondità dentro voi stessi.

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