Per uscire dal dedalo della ricerca del valore individuale bisogna spiegare le ali e muoversi in verticale

di Aurora Coletto

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Quanti sforzi impieghiamo ogni giorno per dimostrare il nostro valore? Quante delle nostre energie – che potremmo utilizzare in modi più fruttuosi – vengono disperse nel tentativo di ottenere riconoscimento del nostro merito da parte del mondo esterno? Tentativo che, tra le altre cose, non sempre va a buon fine e quand’anche andasse a buon fine una parte di noi resterebbe sempre e comunque insoddisfatta e si metterebbe subito in moto per ottenere di più, di più e di più ancora… ma qualsiasi vetta riusciamo a raggiungere questa parte di noi non sarà mai soddisfatta. Perché?

italiana1Quante giovani donne degli anni ’50, che oggi sono le nostre nonne, venivano riconosciute in quanto brave donne di casa, madri di famiglia ed econome?

Molte di loro, non avendo altro canale per vedersi apprezzate ancora oggi, utilizzano l’essere brave nonne, mogli e donne di casa come cartina al tornasole del loro valore. Quante volte siamo andati in estasi mangiando i manicaretti preparati con tanto amore e cura dalle loro mani sante e quanti di noi le hanno sentite lamentarsi che “manca sale“, “non è venuto come al solito“, “si è asciugato troppo” o comunque qualcosa non era come avrebbe dovuto essere? Quante volte le abbiamo sentite scusarsi perché non erano state all’altezza delle aspettative (spesso conclamate da loro stesse) o comunque minimizzare il loro operato?

Ci provano e ci riprovano, ma qualcosa va sempre storto e quella famosa vetta della gloria non riescono mai a raggiungerla e si sentono sempre manchevoli e in difetto.

La nostra generazione di donne, invece, è stata ed è ancora alle prese col vedersi riconosciuta da un punto di vista accademico e lavorativo, come riscatto dal passato che ci vedeva relegate a gestire casa e pargoli.

competizione-a-scuola-300x223Ci siamo date da fare per ottenere ottimi voti a scuola, per riuscire a laurearci nei tempi e con lode, per riuscire a fare il lavoro per cui abbiamo tanto studiato, ma nel mezzo del percorso qualcosa è andato storto: qualcuna è stata bocciata già alle superiori, qualche altra si è laureata in ritardo. Qualcuna è saltata da un corso di laurea all’altro senza riuscire a trovare nulla che l’appassionasse, qualcun’altra non si è laureata affatto. Altre si sono laureate, ma subito dopo hanno realizzato che non volevano fare il lavoro per cui avevano studiato o si sono dovute accontentare di lavori di ripiego. E ancora qualcuna si è laureata col massimo dei voti, ha fatto il lavoro per cui si è tanto preparata ed è apprezzata e ammirata per il suo contributo, ma non è soddisfatta comunque e si fa consumare dal lavoro nel tentativo di trovare quell’appagamento che sembra non arrivare mai.

A rigor di logica, cambiando gli addendi avrebbe dovuto cambiare il risultato, invece, come in una moltiplicazione il cui ultimo fattore è sempre zero, il risultato continua a essere sempre lo stesso anche per la nostra generazione!

invidia--2-Nostro marito, il nostro compagno o il nostro ragazzo non ci guardano abbastanza, non ci fanno abbastanza complimenti, non ci danno abbastanza attenzioni, non ci ascoltano abbastanza, non sono abbastanza affettuosi, sensibili, premurosi (e chi più ne ha più ne metta), o addirittura guardano le altre, fanno commenti sulla bellezza di altre donne o sono pieni di amiche donne con cui passano parte del loro tempo a parlare o a divertirsi insieme, magari persino senza di noi. Lo stesso può valere per gli uomini rovesciando i ruoli. Ed ecco pronta e servita l’equazione del disastro!

img_47333_75655Senza fare distinzione di sesso, in generale, i nostri genitori non ci danno affettivamente o materialmente supporto e presenza quanto vorremmo? Ci siamo dannati una vita intera sforzandoci di essere i più bravi, i più educati, i più intelligenti, i più preparati, per dimostrargli quanto fossimo degni delle loro attenzioni e cure, dei loro complimenti, della loro ammirazione e, in sintesi, del loro amore ma tutto ciò che otteniamo è spesso la metà – se ci va bene – di ciò che avremmo sperato. Quando ci va male, ci umiliano, ci paragonano agli altri o ai fratelli maggiori o minori che sono migliori di noi e, sembra fantascienza, ma talvolta qualche genitore si spinge addirittura a commenti offensivi: “Come ha potuto uno brutto/stupido come te nascere in una famiglia di belli/intelligenti come noi?“.

Ci sono momenti in cui ci impuntiamo che dobbiamo riuscire a fare qualcosa o a risolvere un problema e magari qualcuno che ci è accanto ci esorta a lasciare stare, dicendoci che non è poi così importante, ma noi ci accaniamo per una questione di principio, perché cose del genere le abbiamo sempre risolte, aggiustate o comunque siamo sempre riusciti a farle e dobbiamo riuscirci anche stavolta. Non è solo una questione di principio, purtroppo: è una questione di sopravvivenza, di vita o di morte. Se falliremo, perderemo il riconoscimento, non otterremo l’amore degli altri, ma in primis il nostro amore verso noi stessi, perché non ci riterremo degni di riceverlo.

Non sono gli altri che ci riconoscono o ci negano il valore, ma siamo noi stessi che riteniamo di non valere e, di conseguenza, non crederemmo realmente e fino in fondo all’apprezzamento e amore altrui quand’anche ci venisse manifestato, in quanto siamo convinti, a un livello inconscio e profondo, di non meritarlo, di non esserne degni.

meritareA volte capita di sentirci strani quando riceviamo dei complimenti o ci viene dimostrato affetto, di avvertire un sottofondo di disagio che non sappiamo spiegare nemmeno a noi stessi. È quella vocina nella testa che ci dice che non lo meritiamo, che non siamo degni di quelle manifestazioni di apprezzamento o di quelle dimostrazioni di affetto.  Si palesa quando rincorriamo persone che non sono interessate a noi quanto noi lo siamo nei loro confronti, ci accontentiamo delle briciole, ci struggiamo per loro come se non esistesse nient’altro al mondo e alla fine ci danno il benservito. Si palesa altrettanto bene quando invece troviamo qualcuno che ci ama proprio così come siamo, difetti inclusi, ma che tuttavia noi non riusciamo a ricambiare anche se una parte di noi non desidererebbe altro dal momento che è tutta la vita che cerchiamo qualcuno con quelle caratteristiche, ma qualcosa ci impedisce di lasciarci andare ed aprirci con fiducia all’altro. L’altra parte di noi, che ne siamo consci o meno, ci sussurra beffarda: “È troppo bello per essere vero, quindi deve esserci per forza la fregatura”.

“Sì, lei/lui mi dice che mi ama, ma in fondo io non ci credo. Perché dovrebbe amare uno/a come me? Non ha senso! Non c’è nessun motivo ragionevole per cui dovrebbe amarmi, ragion per cui non può amarmi veramente. Dichiara di amarmi perché crede che io sia perfetto/a, ma non passerà molto tempo prima che si accorga che sono molto lontano/a dall’esserlo e quando accadrà – perché accadrà – io soffrirò, per cui sarà meglio che non creda fino in fondo a queste sue dichiarazioni di amore e non gli dia troppa importanza”.

Ci sarà anche capitato, forse, di rivolgere degli apprezzamenti a qualcuno e di vedere in quel qualcuno la reazione esattamente opposta a quella che ci aspettavamo: la persona, invece che essere felice o ringraziarci, corruga la fronte, si incupisce e si chiude nel silenzio, come se avesse ricevuto un’offesa alla quale non è in grado di controbattere e noi non riusciamo a comprendere il motivo di questa sua reazione. Spesso ricevere complimenti o dimostrazioni di affetto non è facile, se siamo stati persuasi in tenera età di non essere degni di amore e apprezzamento.

lussoChi non riesce a uscire da questo circolo vizioso di corsa all’ottenimento del riconoscimento e del conseguente fallimento, tenterà di rifarsi con i beni materiali, che altro non sono se non un palliativo, che tampona momentaneamente la voragine che abbiamo dentro; non per niente la malattia del valore si è diffusa proprio grazie all’avvento della proprietà privata, ma si aprirebbe una parentesi piuttosto lunga, perciò invito chi volesse approfondire l’argomento a leggere questo articolo.

Si cerca di guadagnare di più, di conquistarsi sicurezze materiali, la casa, l’auto, la casa al mare, l’auto sportiva, diventare presidente dell’azienda per cui lavoriamo, ottenere potere, sempre più potere e fama… Ma quel vuoto non sarà mai riempito realmente e definitivamente, la nostra fame d’amore non sarà mai saziata in questo modo.

ginnastica_artistica_montelupo_garE_2015_03_09_5Nessuno è immune da questa malattia, perché ciascuno di noi è stato convinto, dall’istante in cui è venuto a questo mondo, che il diritto di esistere e di essere amati non è qualcosa che si possiede per il semplice fatto che si nasce, ma è qualcosa che bisogna guadagnarsi; che non si vale perché si È, ma perché si FA e nemmeno se si fa in generale, ma solo se si fa in un certo modo e spesso neanche quello basta, perché bisogna anche eccellere; peccato che, qualsiasi cosa scegliamo di fare, ci sia sempre qualcuno migliore di noi.

Tutto il sistema in cui viviamo è basato sulla competizione, sul paragone, per farci spostare costantemente l’attenzione all’esterno di noi, alla ricerca di un colpevole da accusare per il fatto che non ci sentiamo abbastanza amati e di valore, per persuaderci che se non esistesse quella persona che oscura la nostra luce noi potremmo brillare, che se non esistesse quella situazione che ci impedisce di splendere in tutta la nostra bellezza noi saremmo finalmente felici e realizzati.

Il sistema è studiato affinché nessuno di noi rischi mai di accorgersi che la soluzione è dentro di noi, che là fuori non troveremo mai ciò che stiamo cercando, ma affinché continuiamo a cercare ossessivamente qualcosa che non troveremo mai e la cui ricerca ci consumerà lentamente ma inesorabilmente da dentro, affinché restiamo intrappolati per l’eternità in questo dedalo senza apparente via d’uscita, almeno fintanto che continueremo a muoverci unicamente sul piano orizzontale. Forse, se non dessimo udienza a questo tarlo che ci mangia da dentro, non invecchieremmo nemmeno. La via d’uscita la potremo trovare soltanto se sapremo elevarci al di sopra del problema spiegando un bel paio d’ali, che non abbiamo alcun bisogno di costruirci, in quanto sono sempre state lì fin dalla nostra nascita, ma nessuno si è mai preoccupato di metterci al corrente della loro esistenza. Siamo per davvero aquile che si credono polli.

ICAROMuoversi sul piano verticale significa rinunciare una volta per tutte a ottenere feedback, a elemosinare riconoscimenti di qualsiasi tipo da chiunque, rinunciare a sforzarsi di cercare approvazione e riscontri di qualunque genere. Smettere di darsi da fare con il solo scopo di ottenerli. Osservarci ogni qualvolta ci scopriamo affamati di conferme e interromperci subito consapevolmente. Perché tanto non è della convalida altrui che abbiamo bisogno, bensì della nostra stessa conferma di essere degni; è della nostra autorizzazione a splendere che abbiamo bisogno: quella altrui non basterà mai a darci la pace che cerchiamo. Muoversi in verticale significa scegliere di lasciarsi liberi di essere, senza costringersi a fare nulla per ottenere convalide per il diritto di esistere – che è già nostro per il semplice fatto che siamo vivi, respiriamo e abbiamo un cuore che batte.

Significa anche rinunciare al suo opposto: alla ribellione, all’ostentare di non essere come i nostri cari, le istituzioni, la società vorrebbero che fossimo. Essere ribelli irriducibili non fa altro che confermare il potere che l’esterno ha su di noi: ci illudiamo di aver vinto il mondo perché non saremo mai come gli altri vorrebbero che fossimo e invece proprio il nostro andare controcorrente ci rende ancora più succubi di coloro che si rassegnano a conformarsi. Ogni atto di ribellione che facciamo con la convinzione di affermare la nostra (inconsistente) libertà interiore non fa che rendere ogni volta un po’ più profonda la nostra ferita sanguinante. La rabbia per il dolore di non poter essere accettati come siamo ci trae in inganno: rinunciare a ribellarsi, ad ostentare il proprio anticonformismo indiscriminato ci libererebbe una volta per tutte dal senso di ingiustizia per esserci visti privati del diritto di essere amati ed accettati incondizionatamente.

splendereUna volta che avremo rinunciato a fare bella figura, a impressionare gli altri, a far notare quanto abbiamo svolto bene un certo compito, o a farci ammirare perché siamo curati ed esteticamente belli da vedere o al suo opposto… a quel punto resterà solo ciò che è vero, la nostra intima sostanza, ciò che siamo. Saremo nudi davanti al mondo, senza più filtri dietro cui nascondere il nostro stesso orrore di noi. Non avremo più strumenti per accaparrarci il tanto agognato valore. Avremo soltanto noi stessi. E non significa che automaticamente ci piacerà ciò che vedremo, anzi, sarà assai più probabile che di primo acchito proveremo orrore di noi stessi. Ma se riusciremo a restare in quello stato di disgusto abbastanza a lungo e ad accettare la nostra imperfezione ai nostri stessi occhi, scopriremo che poco a poco ogni sensazione negativa che proviamo comincerà a scemare fino ad abbandonarci del tutto. E se riusciremo a togliere tutte le maschere dietro cui ci nascondiamo senza lasciarne traccia, “noi stessi” sarà tutto ciò di cui avremo bisogno per essere amati, in primis da noi, e poi anche dagli altri e, dulcis in fundo, persino le nostre finanze (avevate forse dubbi in merito?) ne trarranno giovamento.


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