di Daniela Coin, consulente relazionale www.verouomo.it
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E SE TU SARAI SOLO, TU SARAI TUTTO TUO – Leonardo da Vinci

La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.
Giacomo Leopardi
Arrivati al punto in cui la solitudine (il senso di s.) diviene insopportabile, si inizia a stare meno male. Chi sta da solo e soffre di solitudine, se sceglie di osservarsi con attenzione, prima o poi si rende conto che sta scegliendo deliberatamente di stare solo e di viversi quella condizione.
Se siete persone che soffrono di solitudine potete facilmente notare che, se solo lo voleste, qualcuno con cui condividere il vostro tempo al fine di sentirvi meno soli lo trovereste abbastanza facilmente. Ma chi sta da solo lamenta di non riuscire a trovare amici e, soprattutto, un partner con cui condividersi. In realtà sanno benissimo che, volendo, di amici e di partner ne potrebbero trovare molti. Il punto è che quelle persone con cui potrebbero stringere legami, scelgono deliberatamente di non volerle e fanno di tutto per allontanarle. La scusa che tutti adoperano è che le persone che arrivano non sono in linea col loro modo di essere. Poi, quando trovano le persone che desiderano, meccanicamente si adoperano (inconsciamente) per farsi respingere.
Se il problema fosse realmente la solitudine, molti sceglierebbero di risolverlo accettando la compagnia di individui anche se “non sulla stessa frequenza” (moltissime persone lo fanno, per un periodo più o meno breve della loro vita) pur di non rimanere emarginati. Invece questo non accade. Tutti si sentono soli, continuano a lamentarsi della solitudine, e continuano ad allontanare chi si avvicina loro.
A questo punto direi che risulta abbastanza facile capire, se si decide davvero di lavorare sul problema ed osservare la realtà, che isolarsi è una scelta.

 

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Poco per volta comincio a vedere chiaro sul più universale difetto del nostro genere di formazione e di educazione: nessuno impara, nessuno tende, nessuno insegna − a sopportare la solitudine.
Friedrich Nietzsche

 

LA SOLITUDINE PERCEPITA NON HA QUASI MAI A CHE VEDERE CON LA SOLITUDINE EFFETTIVA

I luoghi sovraffollati, gli amici, gli innamoramenti (corrisposti e non), sono dei coadiuvanti abbastanza accessibili a chiunque non abbia la peste. Le persone che sono invece giunte ad un livello di sensibilità tale da poter iniziare a lavorare interiormente per liberarsi dal terrore del vuoto cosmico, ovvero della solitudine interiore che causa quel senso di desolazione ed abbandono, sono quelle persone che iniziano a percepirsi inadeguate, diverse e terribilmente isolate anche quando si trovano in mezzo alle persone che scherzano e si divertono, o anche quando si innamorano ed iniziano fin da subito a percepire la necessità di distaccarsi da quel partner che vorrebbe togliere loro la possibilità di viversi in pace la loro solitudine.
Sono infatti le persone più introverse e sofferenti a diventare terribilmente chiuse e gelose dei loro spazi, a cercare la solitudine, boicottando relazioni ed amicizie potenzialmente intente a rubare loro il tempo e lo spazio, al fine di esperire quello status da cui si sentono attratti (sebbene lo soffrano e dicano inizialmente di non volerlo affatto!).
Nella fase iniziale del percorso tendono a lamentarsi e a sentirsi frustrati poiché incapaci di combinarsi con le persone che si avvicinano loro o a cui si avvicinano. Subiscono gli eventi come se non fossero loro a stabilirne il ritmo. Ma, all’interno di questo senso di desolazione, iniziano a provare una sorta di piacere sottile per la loro condizione. Chi ad un’ottava più bassa (quelli che si vantano di odiare tutto e tutti), chi ad un’ottava più alta (quelli che iniziano ad avere l’esigenza di creare una realtà in cui al centro ci siano loro, in primis), tutti gli individui che soffrono la solitudine, poco o tanto, sentono di star praticando la via più consona.
Per quale motivo?

 

 Ogni uomo che si eleva si isola.
Antoine Rivarol

OGNI UOMO CHE SI ELEVA SI ISOLA

Sarete d’accordo con me se affermo che non può esistere nessun rapporto sano, onesto e sincero, laddove c’è il timore per la solitudine e la ricerca di stare con qualcuno. Una persona dipendente baserà i suoi rapporti, poco o tanto, su meccanismi di pretesa e ricatto; gestirà quindi rapporti non sani.
Elevare il proprio status interiore, o sentire la spinta di doverlo fare, porta le persone a ricercare la solitudine, giacché vige la necessità di sperimentare questa condizione, facendosela amica.
La maggior parte di noi ricerca la solitudine ma non la accetta. La ragione è che, dopo venti, trenta o quarant’anni di rapporti sociali basati sulla dipendenza a trecentosessanta gradi, partendo fin dai primi istanti di vita, la personalità crede che il solo modo di dimostrare amore e sia quello che ha sempre visto: pretenzioso, morboso, univoco, ambizioso. Non solo: dopo altrettanti anni trascorsi a suon di stimoli compulsivi, distrazioni, ansia, ritmi incalzanti e proiezioni mentali su passato e futuro, la personalità ritiene normale ciò che più conosce, mentre teme ciò che non conosce o che ha sempre visto evitare dai suoi simili.

 

RELEGARE ALL’ESTERNO LA GESTIONE DELLE NOSTRE EMOZIONI

“Solo tu puoi tenerti prigioniero. Se identifichi all’esterno di te qualcuno che ha il potere di tenerti in carcere contro la tua volontà… hai già ceduto la tua Volontà!” diceva Draco Daatson.
Salvatore Brizzi
Se un fidanzato che ti tradisce, una partita di calcio persa, un genitore invadente, un figlio disobbediente, un capoufficio ingiusto o una giornata di pioggia hanno il potere di decretare la tua tristezza e rabbia, tu non sei un essere libero. Sei schiavo del mondo esterno e sei condannato a servirlo per sempre. Devi sperare che non ti accada mai nulla di brutto, devi cercare in tutti i modi di controllare il mondo esterno affinché questo non si rivolti contro di te e contro ciò che desideri. Ma quanta ansia, stress e paura provano quelli che vivono con questa schiacciante pressione di dover tenere tutto sotto controllo affinché nulla possa ferirli?

 

Quest’orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amare.
Charles Baudelaire
Per quanto io ne sappia, esiste solo una via per cessare il desiderio di controllo che è quello che va a causare il senso di solitudine. A meno che uno non l’abbia acquisito fin dalla tenera età o non abbia già effettuato questo percorso o uno simile, l’unica cosa da fare per risolvere questo dramma è quella di educarci alla solitudine. La solitudine non va accettata con sottomisione, resa e frustrazione: va compreso che la solitudine è la libertà dalla paura, dalla rabbia e dalle pressioni che proviamo ogni giorno. Una volta compreso questo, anche a livello mentale, potremo iniziare ad agire nella pratica per sedimentare il concetto. Non solo; è fondamentale sapere che il nostro senso di solitudine ci fa approcciare alle realtà a cui ambiamo con un atteggiamento inadeguato, da persone sottomesse e bisognose, e i risultati che otteniamo sono puntualmente quelli di venire esclusi dai gradini più alti che stiamo tentando di raggiungere (siano essi in ambito sentimentale, lavorativo o di qualcunque relazione col mondo esterno si stia parlando).
Perciò bisogna tenere bene a mente che i risultati in ambito di indipendentizzazione sono indispensabili per arrivare a raggiungere una realizzazione personale invidiabile, sotto ogni punto di vista. Non è magia; semplicemente il nostro atteggiamento quando desideriamo qualcosa in modo centrato, maturo, deciso ma non ne siamo dipendenti, è molto diverso da quando invece ci approcciamo a quello che vogliamo con fare insicuro, con la paura negli occhi e nelle gesta di chi potrebbe cadere nella disperazione se non ottenesse (o perdesse) ciò che desidera. E le altre persone, tanto più “in alto” si va, tanto più lo notano o percepiscono. E’ un meccanismo che chiunque può scorgere, su vari livelli. Basta saper osservare.

EDUCARE ALLA SOLITUDINE

In nessun luogo l’uomo può trovare un rifugio più tranquillo o più sereno che nella sua anima.
Marco Aurelio
Ci sono dei passaggi che appaiono semplici ma che, se eseguiti con precisione, possono aiutare molto a (ri)abituarci a stare bene da soli. E badate bene che è solo una questione di abitudine. Un training vero e proprio. Ma prima di tutto va assimilato benissimo il concetto di quanto questa azione sia benefica.
L’approccio che tutti hanno quando iniziano a capire, più o meno consciamente, di dover percorrere questa strada è sempre molto negativo. L’associazione principale che chiunque fa quando sente la parola “solitudine” è subito questa: “tristezza”! Se vi chiedessi “Immagina una persona in solitudine in mezzo ad una piazza” difficilmente riuscireste ad immaginarla spensierata e sorridente. Probabilmente vi coglierebbe una proiezione legata a qualche sentimento negativo.

 

> Ridurre gli stimoli esterni: serie tv, film, sport, amici, parenti, problemi, lavoro, Twitter, Facebook, What’s App, Instagram, Tinder, Badoo, Youtube, Netflix, Sky, Amici, X-factor: noi non esistiamo più se non in funzione di qualcun altro. Nessuno mal giudica questi mezzi di distrazione e comunicazione, tanto meno io. Dico solo che quando rappresentano una fuga da noi stessi, allora qualche domanda in più ce la dovremmo fare. Basta un po’ di osservazione. Ad esempio io sono una gamer, e sono anche molto appassionata di cinema. Se mi accorgo che un gioco o una serie tv diventano una dipendenza, constringendomi a perdere il controllo (dormire di meno, saltare le faccende di casa, trascurare altri impegni) allora con tranquillità estrema interrompo quel circolo vizioso e lo riprendo solo quando non lo percepisco più come un bisogno.
Ecco di seguito alcuni suggerimenti su cui allenarsi, sempre tenendo bene a mente che quell’esercizio non è una punizione ma una benedizione:
  • invece che guardare un film, uscire con gli amici e giocare ai videogiochi, almeno 2 sere a settimana state da soli con voi stessi: una passeggiata nella natura, al mare, o un buon libro sono l’ideale;
  • sperimentate il piacere di andare in un pub, al cinema o al ristorante, completamente da soli;
  • se di norma trascorrete le vostre giornate sempre attaccati a qualche apparecchio collegato ad internet che vi consente di interagire incessantemente con terzi, provate in alcune giornate a stare senza telefono o senza internet, oppure tenetelo attivo ma non guardate il telefono;
  • se non potete fare a meno di qualcosa (che abbia a che fare con lo svago e la distrazione – sesso e morosi inclusi), fatene a meno fino a che non avvertite quel senso di urgenza ridursi drasticamente.
> Riscoprire il gusto di sapersi gestire da soli:
Se siete soliti chiedere sempre consiglio pratico e supporto morale a persone di fiducia, provate a non farlo. Se usualmente non riuscite a fare a meno di raccontare gli affari vostri a tutti, smettete di farlo. Non vivetela come una privazione: provate ad essere voi stessi il vostro amico, consigliere. Provate a dare valore alla vostra persona, anche nel compiere scelte. Riportate nelle vostre mani lo scettro che avete ceduto.

 

> Smettere di controllare: non è possibile cessare l’indole del controllo spinta dalla paura, è un istinto atavico. Ma è possibile non seguirla quando arriva con impeto obbligandovi ad agire come bestie impaurite. Quando vi parte l’input irrefrenabile di imporvi per gestire la realtà esterna, fermatevi, respirate e non fatelo. Vediamo alcuni esempi tipo:
  • un vostro amico si sta comportando male con la fidanzata, ma non vi ha chiesto nessun consiglio. Vorreste dirgli che sta sbagliando, magari per aiutarlo. Non fatelo. Non è una questione che vi riguarda, specie se il desiderio di intervenire è molto forte;
  • il ragazzo che vi piace tarda ad invitarvi ad uscire. Voi vorreste tanto che vi chiamasse ma lui non lo fa, così inventate mille scuse per lavarvi la coscienza e lo contattate voi, cercando di strappargli un’uscita (cosa dannosissima!). Non fatelo! Appena percepite tale urgenza, fermatevi e fate qualcos’altro. Andate a fare shopping magari, ma non fatelo!

In linea di massima, ogni volta che c’è un’urgenza che vi impone di agire per gestire e manipolare una situazione, non fatelo. Agite solo quando siete calmi e la vostra mente non è affollata da mille proiezioni e da centinana di preoccupazioni. Con la mente in confusione, ogni risultato che otterrete sarà sicuramente fallimentare o provvisorio. Quindi fermatevi, attendete che passi quella sensazione di urgenza, e poi decidete cosa fare. Solo a sangue freddo.

 

> Trovare il piacere nella conoscenza: troppe persone, specie appena iniziano a praticare la via della solitudine, tendono a distrarsi in modo improduttivo; guardano la tv, giocano ai videogiochi, escono con gli amici. In pochi comprendono che quel tempo potrebbero sfruttarlo meglio, ad esempio aumentando la loro cultura, coltivando passioni
  • Imparare qualcosa è anche incredibilmente più facile quando non hai responsabilità sociali come una famiglia di cui occuparti, o un fidanzato da intrattenere.
  • Imparare non fa riferimento solo ai libri (anche se questi sono un’ottima fonte di conoscenza). Puoi imparare a fare qualsiasi cosa semplicemente facendo pratica. Iscriverti a un corso è divertente e facilita la vita sociale. Incontrerai nuove persone a lezione. Se invece non ti piace tanto incontrare altra gente, Internet è un ottimo mezzo per imparare quasi tutto (dopotutto questo è lo scopo di questo sito!).
  • Considera l’apprendimento, facendo attività al chiuso: una lingua straniera, pittura, yoga, matematica, scienze, arte, uno strumento musicale come il piano o il flauto. Attività all’aperto: giardinaggio, scherma, tennis, golf. Oppure una combinazione di entrambe le attività: fotografia e disegno.

> Aumentare l’amore e la cura per sé stessi: possiamo pure partire da cose molto pratiche, come curare il nostro aspetto fisico, lavare i piatti tutti i giorni e passare l’aspirapolvere, fare sport e mangiare sano, nonché concedersi del tempo per noi in qualche centro estetico o SPA. L’intento è quello di prendersi cura di sé, di trovare il tempo per stare da soli, per godere della propria intimità senza che vi sia l’urgenza di doverlo fare.

  • i maschietti possono andare a lavare la macchina anche se non devono uscire con una bella donna;
  • le femminucce possono truccarsi anche se non devono uscire con un bell’uomo;
  • possiamo riordinare la cucina tutte le volte dopo aver mangiato;
  • possiamo riordinare la stanza del casino che noi tutti abbiamo;
  • prepariamo una torta o un piatto particolarmente elaborato;
  • prenotiamoci anche un massaggio in qualche SPA.

Lo scopo è sempre e comunque quello di donarci attenzioni, cure ed amore, senza aspettare che siano gli altri dall’esterno a donarci qualcosa che, prima o poi, inevitabilmente finiranno per portarsi via. E noi lo sappiamo, e viviamo con la paura che quella sfera di benessere che ci è stata donata ci venga portata via.

THE GIFT, IL CORTO ANIMATO PLURIPREMIATO IN TUTTO IL MONDO

Lui le dona il suo cuore e poi cosa accade? Lei, man mano che l’amore affievolisce, decide di lasciarlo. E quando se ne va, siccome lui aveva riposto in lei tutta la sua essenza (la pallina azzurra), si porta via anche quel dono che lui le aveva fatto, ritrovandosi così vuoto e senza nulla al mondo. Dunque il protagonista si isola, si chiude, ed erige un muro intorno a sé, fino a che un’altra donna non si accorge di lui, si avvicina, e sceglie di amarlo. Quando lei estrae dal petto la sua essenza, lui cerca di afferrarla per prenderla (poiché bisognoso d’amore e di sentirsi riempire nuovamente). Lei si scansa, non accetta di cedere la sua integrità, ma fa un qualcosa che fa riflettere: rompe a metà la sua pallina azzurra e ne dona metà a lui. Solo metà. Mantiene dunque la sua integrità, senza cederla, e i due iniziano un rapporto che forse non sarà infinito, ma di certo non sarà basato sulla paura di rimanere nuovamente da soli e senza nulla.

 

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