di Daniela Coin
Racconto pubblicato sul blog Racconti Eterei, “Serie AWARE”

HelloSpank39

Torakiki non era ancora rientrato e cominciavo a preoccuparmi. Camminavo avanti e indietro sul pianerottolo. Su e giù come una merla indaffarata a farsi il nido, fin tanto che Heidi, che aveva appena finito si pittarsi le unghie con uno smalto sudicio trovato in un cassetto qualche giorno prima, si alzò in piedi e venne verso di me con passo deciso e poco cordiale.
“Credo che dovresti smetterla di preoccuparti per lui!” disse ad alta voce affiché tutti gli affacciati sulla tromba delle scale potessero sentire. “Dopotutto” continuò “lui non ricambia i tuoi sentimenti, è evidente!”
Guardai sul pianerottolo al piano di sotto. Stavano Maia e Magà, le due sorelline nere, le più piccole della nostra comunità. Mi guardavano, affamate, forse un po’ felici di avere qualcosa da fare per dimenticarsi che non mangiavano da quasi due giorni. Ascoltavano Heidi che farfugliava astratti concetti sull’amore terreno e massime rubate a qualche ubriacone dei bei tempi andati.
“Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge… disse…” batté un piede per terra, forse provando a farsi ascoltare. “Disse… chi diavolo lo disse?”
Era Shakespeare ma non glielo rivelai. In realtà non volevo che smettesse di parlare perché quel silenzio che calava durante il giorno, quando gli uomini uscivano per cercarci del cibo, era la sensazione più straziante che avessi mai vissuto. Era perfino più angosciante delle notti passate fra le braccia di mia madre sapendo che da un secondo all’altro saremmo potuti morire in qualche esplosione o dell’attimo in cui, ingerendo qualche sorta di cibo che riuscivamo a raccattare, non sapevamo se ci avrebbe saziati o uccisi. Niente era così angosciante come l’attesa degli uomini che uscivano a cercare il cibo perché non si trattava solo di una questione di pura sopravvivenza legata allo sfamarsi ma c’erano sopra mille diverse emozioni sul sentirsi protette e sicure che noi donne (non tutte) avevamo conservato. C’erano le serate raccolti tutti insieme intorno al fuoco a cantare quando la musica era ormai la sola sfumatura di umanità che ci avessero lasciato. C’erano i corpi caldi ed eccitati di quando, per non morire di freddo, si dormiva tutti assieme e stretti l’uno addosso all’altro. C’era che speravo facesse freddo per farmi abbracciare perché gli uomini ci concedevano affetto solo quando il loro donarsi poteva essere giustificato agli occhi degli altri come una necessità. Allora curare un’ammalata o abbracciarla per non farla morire di freddo era contemplato, non lo erano invece le coccole fini a se stesse. Non lo erano i sorrisi se non motivati da qualcosa che facesse davvero ridere.
La devastazione ci aveva lasciati come bestie vagabonde. Costretti a smettere di provare emozioni perché i sentimenti corrodevano le ferite ed arrivavano all’osso e, senza neanche lasciarci la possibilità di controbattere, ci ritrovavamo in fin di vita. La depressione aveva ucciso più di quanto la guerra non avesse fatto. Le persone morivano quando si lasciavano scavare dai sentimenti perché, nel tentativo di difendere la loro posizione di fronte al mondo e il loro diritto alla sofferenza, cercavano di concretizzare le loro ideologie. Si rendevano martiri per provare che la sofferenza esisteva davvero.
Io ero una di loro. Ero il lupo che si struggeva sotto la luna e la madre urlante che deponeva il cadavere del figlio dalla croce. Ero quella che si ammalava per farsi abbracciare, che soffriva di continui raffreddori quando doveva costringersi ad una separazione, ed ero quella che aveva deciso che, se Torakiki non sarebbe tornato entro il mattino seguente, sarei andata a cercarlo, ben sapendo che avrei rischiato la morte e felice di lasciare questo mondo tenendo alto lo stendardo di quell’agognato rapporto sessuale fra amore e sofferenza.
Shiro, Conan e il piccolo Goku erano tornati da ormai tre ore riferendo che Torakiki si era allontanato senza dire nulla e che da quel momento l’avevano perso di vista.
I nostri nomi erano stati prima ignorati, poi incendiati ed, infine, dimenticati. Avevamo scelto di darci dei nomi dei nostri cartoni animati preferiti e così anche i nuovi arrivati dovevano fare lo stesso. L’ultimo arrivato, di appena ventitrè anni, era appunto Goku.
Io mi chiamavo Memole.
Quella notte non dormii. Appena albeggiò mi infilai quella piccola armatura leggera che indossavo durante gli spostamenti che compivamo una volta al mese. Lo feci mentre tutti dormivano. Poi spalancai la porta senza destare nessuno, mi immersi nella nebbia e mi affidai alla morte.
Nei giorni in cui girovagai in cerca di Torakiki, capii che era davvero assurdo quello che avevo deciso di fare. I primi due giorni provai a sentirmi una persona migliore degli altri. Camminavo fra le macerie di vite altrui e mi chiedevo se qualcuno aveva mai amato così tanto quegli individui ormai diventati ossa da dare la vita per loro.
Ma il quarto giorno, prima di accasciarmi al suolo stremata e lasciarmi uccidere dalla sete, mi resi davvero conto che nessun amore per il prossimo ha senso se prima non c’è amore per se stessi. Sembrerà anche banale ma io lo capii davvero. Non fu solo una frase detta da non so chi. Fu una presa di coscienza.
Me ne resi conto perché, mentre annaspavo nella sabbia, mi domandai chi avrebbe amato Torakiki dopo la mia morte. Mi accorsi che non possiamo amare e coccolare nessuno se non possediamo un corpo e una mente sani e in grado di aiutare davvero gli altri. Mi accorsi che l’ansia di mostrarmi innamorata mi aveva condotta alla morte, mi aveva distolta da ogni ragionamento lucido e spinta a creare un valore pratico al mio soffrire estatico. Quale miglior compimento, infatti, di una morte che riempie di valore agli occhi di tutti quella che prima era solo un’idea di sentimento messa in dubbio in primis da me stessa e in secundis da tutto il mondo?
La mia morte incoronò la Principessa Idea facendola diventare la Regina dell’Amore. Ma solo nei miei pensieri. Ciò bastò a farmi lasciare il corpo con un velo di malinconia.
Morii sperando che qualcuno avrebbe considerato la mia morte come un gesto d’amore ma ben conscia che niente di quello che facciamo nella materia può veicolare un sentimento così aulico come l’amore.
Morii non sapendo che Torakiki era rientrato quella mattina, poco dopo la mia dipartita, e che non solo non si era preoccupato di venirmi a cercare ma che aveva dichiarato il suo ardente interesse per Heidi, rivelandole che si sentiva finalmente libero e privo di colpe che invece gli avrei caricato addosso io nel qualcaso avesse confessato il suo interesse per un’altra in mia presenza.
Non seppi mai cosa fosse l’amore ma credere di averlo saputo è stato comunque divertente..

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