di Roberto Abheeru Berruti

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Buongiorno, mi presento: sono Roberto Abheeru Berruti, padre di Suriya e Ciro che frequentano rispettivamente la scuola elementare e la materna di Pesina. Dedico la maggior parte della mia vita, anima e corpo, ad aiutare le persone a ritrovare fiducia in se stessi e nella vita: condivido una dura lezione, lunga sette anni, che mi ha insegnato a gioire di me, degli altri e della vita.
Premetto che questa lettera è assolutamente priva di accuse o lamentele: vuole solo condividere un pensiero sull’argomento bambini e scuola.
Mi sento di condividere quanto segue mosso dall’aver incontrato mia figlia ed i suoi compagni molto turbati all’uscita da scuola venerdì scorso: motivo del loro turbamento era che, a causa di due bambini che si erano mossi dal banco, avevano per punizione saltato la ricreazione e potuto usufruire solo di metà lezione di motoria.
Mi sono posto delle domande: non era piacevole per me vedere tutti quei musi lunghi ed arrabbiati. Mi sono chiesto quale sarebbe stata la reazione di me bambino a quella punizione. La risposta è stata che se io avessi avuto da bambino la chiarezza che mi guida oggi, se me l’avessero incoraggiata ed insegnata e se avessi potuto scegliere dove passare la maggior parte della mia infanzia ….. beh non lo avrei fatto in un posto in cui non posso essere quello che sono: cioè un bambino che ha solo bisogno di saltare e giocare e urlare.

LA SCUOLA
La struttura del programma scolastico in vigore in Italia ha le sue radici nel lontano ‘800. All’epoca della prima industrializzazione serviva educare esseri umani, ancora piuttosto memori delle loro origini selvagge, a stare per dieci ore attaccati ad una macchina di metallo ed a ripetere per centinaia di volte gli stessi movimenti. Per creare questa educazione si è fatto in modo che la scuola formattasse l’aspetto umano degli studenti, che include il divertirsi gioiosamente, fare l’amore, essere felici, pensare al lavoro che ti darà gioia e cose simili: si è così strutturata una proposta di educazione, venduta a tutti come l’unica disponibile e solo da pochi indagata, per generare automi che non si chiedessero se gli piacesse o meno stare davanti al mostro meccanico (vedi Charlie Chaplin, Tempi Moderni). Non solo, erano pure pagati molto poco per quello.
Gli edifici preposti al programma educativo dovevano rifletterne la missione: quindi spazi chiusi, immobilità fisica, nessun ricordo della natura; ma, soprattutto, educarsi al ripetere cose raccontate da un altro. Il tutto senza disturbare né obiettare.
Ho detto qualche riga sopra che quel programma è stato dubitato ed indagato solo da pochi uomini nel corso della storia: quelli che indagano, storia vuole che non facciano mai una vita leggera.
Io preferisco una vita vera ed intensa ad una leggera consumata davanti al mostro meccanico.
Credo che anche Ciro e Suriya la pensino così, e qualcosa mi fa pensare che anche la maggioranza dei loro amici sarebbe sulla stessa lunghezza d’onda. Sarebbe interessante fare un sondaggio tra i bambini della scuola e verificare, potrebbe essere una buona idea per il prossimo consiglio di classe: questo posto ti rende felice?
Se così fosse, allora risulterebbe abbastanza ovvio che i bambini non siano felici di andare a scuola, ma siano felici solo quando ne escono!
Per deformazione professionale non posso non vedere tutte le conseguenze che questo genera: bambini che escono dopo una maratona di sette ore al giorno, per tredici anni della loro vita. I tredici anni che possono fare di loro esseri vivi, o esseri solo occupati a sopravvivere.
Bambini nervosi e estremamente reattivi. Non hanno molto spesso piacere a passare tempo con i genitori. Si ammalano con frequenze sempre più alte. Manifestano apparenti disturbi attitudinali di concentrazione, mancanza di interesse ed iperattività.

I BAMBINI
Negli ultimi vent’anni la tipologia di funzionamento dei bambini è radicalmente cambiata. Io, quarantaquattrenne, appartengo (come la maggior parte dei genitori dei compagni di Suriya) alla tipologia degli uditivi. All’uditivo per imparare è necessario stare ad ascoltare: la priorità è l’ascolto e quindi non bada troppo se si diverte o meno a stare seduto, zitto e fermo dietro un banco per ore. L’uditivo si può adattare a quella situazione con un sacrificio ai suoi occhi accettabile.. beh non si può valutare quanto male faccia un sacrificio del genere, si deve certamente amputare un po’ anche lui..
Diciamo che si accorge dell’amputazione e se ne dimentica in fretta.
I bambini delle ultime generazioni, alle quali appartengono molti dei nostri figli, sono della tipologia dei visivi. Il visivo, al contrario dell’uditivo, non può, proprio non può imparare stando fisicamente fermo. La sua priorità è il vedere e, per sfogare completamente la sua curiosità, deve poter essere libero di muoversi, per poter guardare la vita da tutte le angolazioni e distanze. Deve poter toccare quello che vede, e se vedesse pure fantasmi lui proverebbe prima o poi a toccare anche quelli.
Come facevano Michelangelo e Galileo! Vedevano cose che non erano visibili a tutti, e le riportavano in un dipinto, in un’invenzione.
Sì proprio questo dovrebbe essere insegnato a scuola riguardo questi due geni: cioè che erano due visivi. Sventravano cadaveri per vedere cosa c’era in uomo: solo così hanno imparato e ricevuto comprensioni ed idee più grandi di un piccolo essere umano; e le hanno pure realizzate!
Parlavano di anima, di ispirazioni divine e guidate. Erano due visivi: la maggior parte dei grandi geni che ha attraversato questo pianeta nei millenni era della tipologia dei visivi. Cristo era un visivo.
Ora, da fissato terapeuta, mi domando come fa un visivo a stare bene se deve passare tredici dei migliori anni della sua vita, nei quali da piccolino dovrà diventare bambino, e poi ragazzo, adolescente, in luoghi strutturati per uditivi.
Non è possibile.
Per questo non dirò mai ai miei figli, quando stanno a casa per un mal di pancia o uno starnuto, di guarire in fretta: fino a quando dovranno essere a scuola perché non siamo riusciti ad offrire un’alternativa più rispettosa del loro essere visivi, si ammaleranno frequentemente. Non hanno molte altre armi a disposizione per non andare in quel luogo per loro infelice. Si ammalano per prendere fiato e leccarsi le ferite.
Per un visivo la punizione è garantita dalla sveglia del mattino: per lui sette ore dietro ad un banco possono condurre in futuro a pensieri con, diciamo, qualità piuttosto negative. Tutto il giorno in punizione. Tutti i giorni in punizione.
Quando sta soffrendo troppo, per una mera questione di sopravvivenza, si muove ed allora ….. punito!
Niente ricreazione, solo metà ora di motoria: anima ko. No gioia. No condivisione. No danza, no movimento. Le mani si usano solo per scrivere.
Ma siccome il suo desiderio di vedere la vita è così forte, si muoverà ancora. E sarà punito ancora.
La roba più interessante ed attraente che gli rimane intorno sono i tablet e gli smartphone.

IL RITALIN
Negli Stati Uniti hanno dovuto affrontare questo fenomeno di bambini apparentemente ingestibili già da una ventina d’anni. Il programma scolastico, che fa parte del grande programma che c’è al “Cinema Automi” tutti i giorni, ha quindi saggiamente consigliato ai genitori dei bambini iperattivi e disattenti di rivolgersi ai servizi di assistenza psicologica e familiare.
Questi servizi sono anch’essi stati strutturati nell’800: all’inizio dell’era industriale mi viene da immaginare che i nuovi operai flippassero subito di testa dopo qualche ora davanti alla macchina meccanica. I medici iniziarono così a prescrivere sedativi: ti rincoglionisci un po’ così puoi stare più ore lì dove non vuoi stare. E poi a fine mese ti diamo lo stipendio! Quindi non puoi lamentarti.
La diagnosi più frequente per bambini che non vogliono seguire le lezioni, così come vengono loro proposte oggi, nel 2013, da una società evoluta, è di: Sindrome da Deficit di Disattenzione ed Iperattività.
Serve un farmaco! Il problema è del bambino!
Non è un problema di come è la scuola in cui vede spegnersi la sua gioia.
Per qualche ragione saltò fuori il Ritalin: se cercate su youtube trovate moltissimo materiale anche in italiano su questo farmaco.
Il Ritalin è un farmaco che agisce sul sistema nervoso: di un bambino. Così non si muove e sta fermo al banco, attento e lucido (lucido dopato). Io sono stato dipendente dalle droghe per molti anni e so come ci si sente quando usi una sostanza che il tuo corpo non vorrebbe: ti ci abitui. Ci abituiamo ai farmaci, ci abituiamo al doping.
Così il Ritalin è diventato come l’Aspirina. E tanti bambini sono stati costretti a prenderlo: sono stati etichettati come sbagliati, è stato disegnato per loro un futuro nero, e per questo puniti e dopati. Forse cresceranno, forse diventeranno uomini: cosa si porteranno nel cuore? Potranno essere felici? Crederanno ancora che sia possibile?
L’Italia è storicamente un clone politico degli Stati Uniti: prima o poi qui facciamo le cose che hanno inventato loro. Ovviamente il Ritalin è conosciuto, ed usato con i bambini, anche in Italia.
Per fortuna oggi possiamo comunicare velocemente informazioni.
La crisi che viviamo non è economica, né del lavoro, ma è solo una crisi di identità: nel senso che, ovunque andiamo, è sempre più raro incontrare occhi vivi che ti guardano davvero e ti ricordano che esisti e che hai un cuore.
Non ci vediamo più allo specchio, quello vero della gioia, ma vediamo solo luci spente e per questo la sofferenza generale aumenta.
Se si tenta di aggrapparsi al conosciuto, quel conosciuto di cui ho parlato in questa lettera, si affonda in quell’assenza di vitalità. Per questo c’è la crisi: ti ricorda che è già iniziata una nuova era, dove puoi tornare a funzionare da essere umano contento di esserci, e che se vuoi puoi andarci già da ora. Biglietto gratis.

NOI GENITORI, GLI INSEGNANTI ED I DIRIGENTI TUTTI
Noi abbiamo una grande opportunità in questa epoca di passaggio, una grande responsabilità.
Comunicare gioia, essere esempi di gioia e non di frustrazione.
In passato sono stato genitore esempio di frustrazione: ora sono un genitore più attento alla meraviglia che vive nei corpi dei miei figli; sono felice, faccio quello che mi piace, la vita mi supporta. Oggi voglio essere esempio di questo.
Possiamo dare un nuovo esempio.
La parola crisi vuol dire cambiamento: passaggio da una fase ad un’altra. Se non si è educati ai passaggi di fase, si fa sempre casino: si crede che l’unica salvezza sia quello che c’era prima, anche se ci faceva schifo e ce ne lamentavamo tutti i santi giorni, e ci si attacca come ad un salvagente..
Mi sembra che quel salvagente non tenga più.
Non ci sono tante persone felici in giro, dico felici come stato naturale dell’essere vivo: non felice perché puoi comprare la macchina nuova o fare il mutuo, no quella felicità dura un giorno, poi diventa nel tempo fatica. Per chi conosce solo quella felicità allora la scarsità di denaro è un problema micidiale, ed il fatto che ci siano meno posti di “lavoro” davanti al mostro meccanico può apparire come una disgrazia e diventare motore di rivolte: “Ridateci il mostro, ridateci il mostro!”.
Per me invece potrebbe essere una liberazione: “Vediamo cosa mi viene voglia di fare se non devo passare la mia vita nella fabbrica crea-automi-che –possono-stare-ore-davanti-al-mostro.”
Se non sappiamo esattamente come fare a realizzare nuovi esempi, possiamo cominciare con una cosa molto semplice, rapida, sempre disponibile: l’onestà.
Dire ai figli come stiamo, dove sta andando la nostra vita: chiedere loro come stanno, dove vorrebbero andasse la loro vita. Chiediamogli se sono felici, cosa li rende infelici.
Potrebbe anche accadere che questo scambio di informazioni “sentite” possa essere insegnato e praticato in una scuola. Potrebbe veramente accadere. Questo lo possiamo fare. Possiamo incoraggiarli a godersi i giorni di influenza e coccolarli. Incoraggiarli a sognare, con esempi visibili e toccabili.
Non manca molto tempo al realizzare realtà educative che corrispondano ai bambini visivi. Ma fino a che andranno a scuola possiamo ricordarci la cosa più importante: che sono esseri umani, che lo siamo anche noi, e che se vogliamo possiamo aiutarci a stare meglio.
In Finlandia la scuola pubblica prevede lezioni di massimo 45 minuti seguite sempre da un intervallo di 15 minuti: anche gli insegnanti devono fare le ricreazioni, devono essere esempio di ricreazione. Il livello di attenzione è ottimale; quello di stress azzerato. Casi di sindrome da Deficit di Attenzione scomparsi.
Non è una rivoluzione da fare: lasciamo che per un po’ ci stia ancora ‘sto programma.
Nel frattempo cominciamo a riposarci un po’ di più, a lasciar riposare loro, i bambini; diamogli più tempo per correre, saltare e toccarsi. Diamo più tempo agli insegnanti per fare la stessa cosa, e diventare esempi di adulti che si divertono a fare il loro lavoro.
Così non ci sarà più Giustiziere né Vittima, non ci saranno troppi psicopatici: cominceremo ad incontrare occhi con le luci accese, sarà piacevole per tutti.

Roberto Abheeru Berruti

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