di Matteo Camorani

Jeffrey Alan Love polyamory

In questo articolo affronteremo un argomento “tabù”, uno di quelli particolarmente controversi, che fanno più paura e che più di ogni altro destano interrogativi, fastidi, dubbi. Un argomento che spesso resta taciuto, sommerso da strati di pudore e moralismo, ma di cui sempre più persone trovano il coraggio di parlare.

Tanti, tantissimi, che lo ammettano o meno, più di una volta nell’arco della propria vita si sono trovati ad affrontare la fatidica domanda: è possibile che io sia in grado di amare più di una persona alla volta?

Ci sono molti preconcetti profondi che rendono complicato rispondere a una domanda simile, che, di per sé, sarebbe molto semplice.

Certo, è possibile.

Sì, lo è davvero. Tuttavia, se a una domanda del genere si risponde pubblicamente “certo, è possibile”, nella maggior parte degli interlocutori scatteranno vari meccanismi di difesa che daranno origine alle confutazioni più disparate, una in particolare: l’insinuazione secondo cui questo quesito, di natura sentimentale, sarebbe mosso in realtà dal banale desiderio di assecondare incondizionatamente qualsiasi prurito sessuale estemporaneo… un po’ come se la domanda fosse un malcelato tentativo per “nobilitare” qualsiasi capriccio dei sensi e cercare un pretesto per cedervi mantenendo al contempo la coscienza pulita.

Anche se è a tutti gli effetti possibile (anche se improbabile) che la spinta verso più partner abbia un’origine puramente fisica, occorre scardinare la convinzione che la faccenda si riduca a quest’unico parametro: in primo luogo perché un simile ragionamento è figlio di un condizionamento ben preciso; in secondo luogo perché, come vedremo, la multirelazionalità può presentarsi anche in assenza di contatti fisici; e in terzo luogo perché in questo articolo ci concentreremo sulla multirelazionalità come esigenza olistica, ovvero che riguarda e coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano.

Un po’ di storia

Cominciamo con il mettere in discussione ciò che tutti o quasi danno per scontato, ovvero il mito secondo cui l’attitudine monogamica sarebbe innata nell’essere umano, nonché (di conseguenza) l’unica forma tollerabile, evoluta e civile di relazione amorosa.

Apriamo quindi una piccola parentesi biologico-antropologica: la stragrande maggioranza delle specie animali è poligama (più femmine per gli stessi maschi) perché questa è la configurazione più efficace e funzionale per la riproduzione della specie: infatti, un maschio può ingravidare più femmine, ma una femmina può essere ingravidata solo da un maschio alla volta. Questa è la ragione per cui nelle suddette specie i maschi sono in numero generalmente inferiore rispetto alle femmine, e la specie umana non fa eccezione.

Questo ovviamente non significa che dovremmo accoppiarci “casualmente” e istintivamente come gli animali; del resto, alcuni animali stuprano e violentano, e talvolta uccidono la prole. Oltre una certa soglia non è più possibile equiparare agli altri animali l’essere umano, in quanto quest’ultimo possiede dimensioni in più; ma la base biologica è comune, e di questo va tenuto conto.

matrimonioFatto questo presupposto, in antichità quasi tutte le società erano poligame, in accordo con la loro naturalità. L’unione monogamica fu introdotta forzosamente in seguito all’avvento del Cristianesimo, che (caso unico in tutta la storia) decise di imporre all’intera umanità il proprio modello coniugale, costituito da fedeltà totale e relazioni irreversibili, pretendendo per giunta di gestire con maniacale precisione la vita sessuale di ogni fedele.

Si trattava della trasposizione, sul piano relazionale, della pretesa tutta cristiana che, in un mondo caduco governato dal rinnovamento continuo, potesse esistere qualcosa di eterno e immutabile, destinato a non cambiare mai e rimanere uguale a sé stesso nei secoli dei secoli. Un’idea platonica, tanto nobile quanto inattuabile, dal momento che inevitabilmente va a “cozzare” con le esigenze di noi esseri incarnati, in continua evoluzione e mutamento.

Una impostazione del genere era anche funzionale a mantenere il controllo psicologico che le gerarchie ecclesiastiche esercitavano sulle masse. Il concetto di “matrimonio eterno”, proprio perché indissolubile, rappresentava indubbiamente un sostegno, un rifugio e una consolazione per affrontare a testa bassa un’esistenza di miseria e dolore in questa valle di lacrime. La certezza di avere una persona, una sola, vincolata a rimanere al proprio fianco per tutta la vita (a prescindere dalla presenza di effettivo amore tra i coniugi), creava nella psiche una zona di sicurezza assoluta che fungeva come contentino per sopportare meglio una realtà ritenuta immutabile, e una scusante per non aspirare a qualcosa di migliore. La libertà fa paura; e così le persone, venendo condizionate e private della facoltà di scelta, permanevano in uno stato di devota paura all’interno dei sicuri e sacri confini di ciò che era conosciuto e stabile. In effetti, non è tanto diverso da quello che accade ancora oggi.

Insomma: l’approccio monogamico, visto da una prospettiva storico-culturale, perde molto del suo fascino romantico perché non ha reali fondamenti psico-biologici; in altre parole non fa parte della nostra natura innata, ma è semplicemente una convenzione culturale che ci è stata imposta e che si è sedimentata nel corso dei secoli, diffondendosi gradualmente in tutto il globo in seguito all’opera di evangelizzazione e di esportazione della religione cristiana.

La “scelta” monogamica

A questo punto è importante sottolineare che la monogamia non è sbagliata a priori. È infatti sbagliato associare automaticamente il modello monogamico a meccanismi di paura, possesso, o controllo, anche se è innegabile che nella maggior parte dei casi purtroppo sia così. Lo testimoniano le dinamiche non troppo sane (ripicche, ricatti, vendette, gelosie, ecc.) riscontrabili più o meno palesemente nella maggior parte delle coppie con cui interagiamo quotidianamente.

Ma, al di là dell’aspetto statistico, il problema principale non riguarda la configurazione amorosa in questione, bensì il condizionamento ad essa legato: la “scelta” monogamica non è una libera scelta, ma un modello sociale imposto e percepito nell’immaginario comune come l’unica forma di relazione socialmente ed eticamente accettabile.

Per vivere la monogamia come libera scelta, ognuno di noi dovrebbe essere stato cresciuto in una società di orientamento neutro, che non gli avesse inculcato fin da bambino l’immagine della “famiglia composta da un solo uomo e una sola donna” come unica forma possibile di relazione amorosa, dipingendo tutto il resto come “peccato”, “perversione” o “immoralità”. Parole, queste, che possono far sorridere per quanto suonano anacronistiche, ma il cui segno è impresso in profondità nel nostro subconscio, sia individuale sia collettivo.

matrimonio_combinatoIn altre parole, la monogamia non è criticabile in quanto stile di relazione; la monogamia è criticabile solo in quanto dogma, ossia in quanto paradigma assoluto che non può essere messo in discussione, pena l’essere additati come immorali, deviati, disdicevoli, eretici. Sarebbe lo stesso se in una società poligamica o poliandrica si condannasse la relazione esclusiva a due. Qualsiasi modello rischia di non essere compatibile col “sentire” di coloro a cui viene imposto e, alla lunga, può causare scissioni interne, repressioni, nevrosi, violenza, e via dicendo.

L’imposizione coercitiva di questo modello è un dato di fatto incontrovertibile e non soggettivo, che riguarda tutti, e pertanto non si può parlare di “libera scelta” in presenza di un condizionamento così antico, potente e radicato. Dichiararsi “liberi di agire secondo la propria programmazione” è una contraddizione in termini, in quanto non è affatto libertà.

Risulta quindi poco onesto, ad oggi, parlare di multirelazionalità o coppie aperte come un “qualcosa che si sceglie di non fare”, in quanto siamo talmente impregnati del nostro retaggio da non riuscire minimamente a concepire cosa comporterebbe un diverso modo di amare… a meno di non possedere una fortissima capacità di auto-osservazione e una oltraggiosa auto-onestà.

La carestia d’amore

C’è un altro aspetto, ereditato da secoli di dottrina cattolica, che quotidianamente determina e influenza le nostre vite e che, nella fattispecie, rende incapaci di concepire la possibilità di relazioni multiple: l’esaltazione della povertà.

Siamo talmente convinti di doverci accontentare (del nostro pane quotidiano), di essere miseri (pecorelle bisognose di un pastore), di valere poco (in fondo, siamo solo umili servi), e, cosa peggiore di tutte, di essere fortunati a non essere “più di così” (altrimenti saremmo superbi e orgogliosi – lo ricordiamo tutti quel cattivone di Lucifero?), che non ci passa nemmeno dall’anticamera del cervello l’idea di poter amare ed essere amati da più persone.

Del resto è da molto, molto tempo che ci viene ripetuto spasmodicamente, senza tregua, e millenni di questo martellamento psicologico hanno dato i loro frutti, convincendoci che l’amore sia una risorsa limitata ed esauribile, e che quindi diminuisca proporzionalmente all’aumento del numero di persone con cui lo si condivide.

snarling-male-lion-am-pundamariaDa questa convinzione origina anche il logorante fuoco della gelosia, che è letteralmente la paura di essere invasi nel proprio territorio, di essere privati di risorse importanti, di essere derubati di qualcosa che ci appartiene e che rischia quindi di non essere più nostro.

Ma come possiamo anche solo concepire di poter instaurare relazioni amorose con più individui se vediamo il nostro stesso potenziale racchiuso in un serbatoio a capienza limitata e senza possibilità di rifornimento? Come possiamo pensare di “dare” a qualcuno se questo “dare”, per qualcun altro, significa “perdere”?

Ciò spiega perché ci siano così tante resistenze legate a questo tema, e perché esso causi una così ampia gamma di reazioni emotive, dallo sdegno alla paura, dalla sorpresa alla negazione, tutte proiettate sullo sfondo di un intimo senso di colpa. Sì, perché il nostro animo avrebbe la curiosità di conoscere cosa si trova al di là del recinto, ma assecondare questa spinta significherebbe contravvenire a tutto quello che ci è stato insegnato… e la paura del nostro “guardiano” è troppo grande.

È un lavoro profondo e impegnativo; non a caso il tema dell’abbondanza è talmente ampio da aver richiesto la stesura di molti libri a riguardo. Ma sta di fatto che la multirelazionalità ci sarà preclusa fintanto che non realizzeremo di essere una sorgente illimitata per qualsiasi persona a cui permetteremo di attingervi.

POLYAMORY

Il concetto di multirelazione

Ma in cosa consiste, esattamente, questa multirelazionalità? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di dare un significato preciso alle parole. Stiamo parlando di relazioni amorose, dunque di eros. Cos’è l’eros?

L’eros è un tipo di energia, nella fattispecie energia sessuale, ovvero avente una finalità specifica e una configurazione ben precisa: si tratta di energia tesa alla ricerca del contatto essenziale con l’altro, e al raggiungimento di uno stato di fusione (estasi-orgasmo) che permetta di attuare uno scambio di informazioni sottili.

L’atto sessuale è solo la declinazione più fisica e grossolana di questo procedimento, e non la sua unica manifestazione, come in genere si ritiene.

Il movente autentico, la spinta primordiale, è sempre e solo sottile. Le modalità di manifestazione possono essere molteplici: contatto tra sguardi, scambi verbali, abbracci ed effusioni fisiche, baci, fino ad arrivare alle pratiche sessuali più assortite e, in ultimo, ai rapporti con penetrazione.

Tuttavia, anche la semplice vicinanza fisica può essere sufficiente. Può avvenire un incontro erotico anche stando accanto a una persona sull’autobus, senza sfiorarla e senza rivolgerle la parola. Così come si può fare l’amore con una persona semplicemente parlandole, di un qualsiasi argomento, ma impregnando le parole di quella energia di incontro e di fusione. In alcuni casi può perfino accadere a distanza, in chat o telefonicamente.

Ora, in questa descrizione dell’eros non c’è nulla che faccia prediligere l’idea di un rapporto a due all’idea di una pluralità di partner: un orgasmo (non necessariamente fisico) è possibile in entrambe le modalità. La multirelazionalità, detta anche “poliamore”, è un modo di vivere e interpretare i rapporti interpersonali (una forma mentis) il quale semplicemente riconosce come naturale e benedice il fatto che la spinta erotica non sia confinata a un solo partner designato, ma si possa esprimere anche verso altri individui, dandone manifestazione nella misura in cui lo si ritiene opportuno nei confronti di sé stessi e delle altre persone coinvolte.

The-Dreamers

Non riguarda quindi soltanto le cosiddette “coppie aperte”: ad esempio, due persone possono anche formare una coppia “ordinaria” ma permettere alla propria energia erotica di fluire liberamente nei confronti di eventuali terzi. Questo rientra nella multirelazionalità, anche se formalmente non avvengono rapporti sessuali al di fuori della coppia stessa. Anche una persona single può, paradossalmente, essere un poliamoroso senza consumare rapporti sessuali di sorta: dipende unicamente da quanto si riesce ad aprire il proprio cuore e la propria mente alla possibilità del libero fluire di questa energia.


Implicazioni evolutive

Come abbiamo visto, a qualcuno potrebbe andare bene il modello della coppia esclusiva a due, ad altri no, ma di fatto l’unico modo per scoprirlo è scavare nella propria psiche, scrutare con estrema onestà dietro alla programmazione (che lì si trova e che tutti abbiamo, poiché siamo tutti figli ed ereditieri di questo modello) e scoprire cosa vogliamo veramente… prendendo in considerazione la possibilità che il nostro apparato mentale potrebbe (potrebbe!) trovare queste scoperte assai sconvenienti e inaccettabili.

8796737_origSolo chi lavora per scoprire e sciogliere le proprie programmazioni, qualunque esse siano, può agire in conformità con la propria vera indole, qualunque essa sia. Tutti gli altri non “scelgono” (sebbene a loro sembri di farlo), ma semplicemente agiscono nei confini sicuri che sono stati costruiti loro attorno. E non per indolenza o stupidità, ma semplicemente perché non sono resi in grado di concepire lucidamente (cioè in modo non filtrato) cose diverse da quelle previste nella programmazione.

E a questo punto possiamo intuire quale sia il vero potenziale dell’approcciarsi al campo delle relazioni multiple: non tanto il conseguimento in sé (cioè il riuscire effettivamente a concretizzare queste relazioni) quanto il fatto che il riuscirci comporta inevitabilmente un vertiginoso incremento del proprio livello di coscienza, in mancanza del quale la multirelazionalità non è tecnicamente possibile: in altre parole, non si possono amare più persone se non si è liberi dai sensi di colpa, dalla paura, dalla mancanza d’amore, dal bisogno di possesso e di controllo, dai moralismi, dall’autosqualifica, dalla povertà congenita.

Quindi, se si sente la “vocazione” di sviluppare relazioni multiple, non si potrà prescindere dall’impegnarsi nel “perfetto” lavoro su di sé: “perfetto” nel senso che la carestia d’amore è il più grosso condizionamento che ci separa dalla pace e dall’intrattenere relazioni sane, ragion per cui il lavoro necessario per scioglierlo sarà per forza di cose il più completo in assoluto.

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Quali scenari per il futuro?

acbbfdbddba37cb89b5ca908a577df38Idealmente, per fare un’esperienza completa e serena delle relazioni multiple (per viverle cioè anche in termini di sessualità, convivenza e condivisione della quotidianità), occorrerebbe vivere all’interno di un modello comunitario, sia come ordinamento sociale sia come infrastrutture, ovviamente libero dai vecchi condizionamenti; la nostra società, basata sul concetto di proprietà privata e strutturata su un modello monogamico, rende ostico nei fatti questo tipo di sperimentazione, per cui (almeno inizialmente) sarà più facile e naturale mantenere queste relazioni a un livello sottile.

Ciononostante, in questa epoca storica stiamo assistendo all’alba di un nuovo umanesimo in cui il sentire individuale e il libero arbitrio stanno progressivamente assumendo la massima importanza, al di là di moralismi, stereotipi o classificazioni di sorta. Esistono tante forme di multirelazionalità, ma in fin dei conti il punto di arrivo di questo nuovo umanesimo, di questa vittoria del “sentire” del singolo individuo sulla tirannia della massa, risulta essere la cosiddetta “anarchia relazionale“, un modello sociale che consiste nell’astenersi dal tracciare linee di demarcazione nette che vanno a definire ed etichettare le relazioni interpersonali. Un paradigma, ad oggi utopistico, che permetta agli individui di determinare liberamente e serenamente la forma delle proprie relazioni, oppure, se lo desiderano, di non determinarla affatto. Una forma mentis in cui si perda il significato stesso di “normale”, in cui qualsiasi scelta individuale viene accettata per quello che è, a patto che rientri nei canoni del rispetto del prossimo e che vi sia piena consapevolezza e mutuo consenso, poiché l’unico vero salto evolutivo consisterà nello smettere di credere all’esistenza di un modello relazionale universalmente etico, giusto o valido per chiunque.