di Daniela CoinConsulente per il Benessere Naturale Olistico

6028333-md

“La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”

E a dirlo non fu esattamente il primo scemo di passaggio, bensì l’illustre Seneca.

Pare che la solitudine sia il male del secolo, anche se io la definirei la presa di coscienza del secolo.

Questo bisogno ossessivo compulsivo di tamponare la solitudine in tutte le sue forme, che fanno comunque capo alla paura, quasi sempre si muove nell’ombra di tutti coloro che usualmente compiono le seguenti attività nel tentativo di fuggirla, senza esserne nemmeno consci:

– cercano ossessivamente un partner;
– sono prigionieri della loro famiglia e degli affetti;
– passano la loro vita su Facebook, social network o a giocare;
– si circondano di amici e non sanno stare senza vederli, chattarci o telefonargli;
– praticano con frequenza e necessità attività collettive, ivi incluse quelle terapeutiche, religiose, olistiche, etc;
– non riescono a trascorrere una serata a casa da soli senza sentirsi mancare l’aria;
– vivono incollati alla tv, serie tv, programmi, reality e talent show vari;
– leggono o guardano film a ciclo continuo;
– appena possono corrono al bar, a bere in locali, discoteche, etc.

A fronte di questo bisogno, comune a chiunque, le attività auspicabili da perseguire sono:

1- provare a non infastidire nessuno col nostro angosciante atteggiamento di risucchio, ricatto, seduzione, richiesta di attenzioni, etc.;
2- osservare lo stato di disagio, senza giudizio ma con coscienza di causa;
3- cercare di non assecondare atteggiamenti dannosi come la ricerca ossessiva di soluzioni palliative;
4- tentare di guardarsi dentro e trovare la pace al di sopra degli eventi, ovvero all’interno di noi;
5- provare, nel caso di esigenza estrema e difficoltà a mantenere la lucidità nello stato di solitudine, a scegliere soluzioni per tamponare che non creino legami e vincoli eterni (matrimoni, case, figli, etc -attenzione: non sto sconsigliando di farsi una famiglia ma di farsela per bisogno e paura di restare soli) e che non ci assorbano eccessivamente.

Non è una promessa, ma questa è sicuramente la strada per avviarci verso la liberazione dallo stato di paura e solitudine. Purtroppo vorrei dirvi che potete passare dallo stato di dipendenza totale in cui siete allo stato di liberazione totale e serenità senza passare per la “buia notte dell’anima” (che potrebbe durare anni o vite) ma questo non è possibile.
La morte dell’ego, ovvero di quell’entità che si sente sola e separata dal resto, passa per una sofferenza estrema (sempre propria dell’ego, ovvero inesistente) che mi piacerebbe non augurare a nessuno.

Tuttavia, poco o tanto, è una condizione di tutti, anche mia. Quindi ve la auguro così come la auguro a me! E vi consiglio anche di non fuggirla, se ci riuscite.

riga-antica

Ecco qui un estratto da un discorso di Jiddu Krishnamurti a proposito della solitudine e di come “risolvere” il problema:

“Per andare al di là della solitudine, del senso di vuoto, bisogna comprendere come funziona la mente. Che cos’è ciò che chiamia­mo vuoto, solitudine? Perché lo chiamiamo vuoto o solitudine? Con che strumento di misura diciamo che è questo e non quello? Qual è il punto di riferimento per definire qualcosa “vuoto” o “solo”? Il punto di riferimento è sempre il passato. Definendolo vuoto, gli applicate un nome e perciò credete di conoscerlo. Ma denomi­nare una cosa non è un ostacolo alla sua comprensione? Molti di noi avvertono questa solitudine da cui vogliamo fuggire. Molti di noi sono consapevoli della povertà interiore, della manchevolezza interiore. Non è una reazione vana, è una realtà, e applicargli un nome non lo risolve. Continua a esserci. Come fare per conoscerne la natura, il senso? Dovete forse dare un nome a qualcosa per co­noscerlo? Mi conoscete solo perché sapete come mi chiamo? Mi conoscerete solo guardandomi, entrando in comunione con me; ma applicarmi un nome, incollarmi una definizione, mette fine alla nostra comunione. Per conoscere la natura di ciò che chiamiamo solitudine dobbiamo entrare in comunione con essa, e la comunio­ne è impedita non appena applichiamo un nome. Se vogliamo comprendere qualcosa, dobbiamo in primo luogo smettere di denominarlo. Se volete comprendere pienamente vostro figlio, cosa di cui dubito, che cosa fate? Lo guardate, osservate come gioca, lo studiate. In altre parole, dovete amare ciò che volete comprendere. Se amate una cosa, entrate naturalmente in comunione con essa. Ma l’amore non è una parola, né un nome e né un pensiero. Non potete amare ciò che chiamate solitudine perché non ne fate totalmente l’esperienza, ma l’avvicinate con paura, e non con paura della solitudine, ma di qualcos’altro. Non avete mai riflettuto sulla solitudine perché non sapete che cosa sia in realtà. Non ridete, non è una battuta. Sperimentate la solitudine mentre stiamo par­lando, e ne coglierete il significato.

krishnamurti_2Ciò che chiamiamo senso di vuoto è un processo di isolamento prodotto dal nostro modo quotidiano di entrare in rapporto, perché, consciamente o inconsciamente, nel rapporto cerchiamo soltanto l’esclusione. Volete essere gli esclusivi proprietari delle vostre ricchezze, di vostra moglie o di vostro marito, dei vostri bambini. Applicate a una persona o a una cosa la definizione mio, che vuol dire proprietà esclusiva. È questo processo di esclusione che porta inevitabilmente all’isolamento, e poiché nulla può esistere in isolamento si crea un conflitto, dal quale vorremmo fuggire. Tutte le possibili forme di fuga (attività sociali, l’alcol, la ricerca di Dio, la puja, cerimonie, danze e altre divagazioni) sono sullo stesso livello. Se, nella vita quotidiana, vediamo questo continuo tentativo di fu­ga dal conflitto, e se vogliamo superarlo, dobbiamo comprendere il nostro modo di rapportarci. Solo quando la mente non fugge più, qualunque sia la forma di fuga, è possibile essere in comunione diretta con quella cosa che chiamiamo solitudine, essere soli. Per ri­manere in comunione con essa, dobbiamo diventarle amici, dob­biamo provare amore. Per comprendere qualcosa dovete amarlo. L’amore è l’unica rivoluzione, e l’amore non è una teoria, un’idea astratta. Non si impara sui libri, non dipende da modelli sociali prestabiliti.

La soluzione non va cercata nelle teorie, che non fanno che creare ulteriore isolamento. Si trova solo quando la mente, che è pensiero, non vorrà più fuggire dalla solitudine. La fuga alimenta il processo di isolamento, mentre la verità è che ci può essere comu­nicazione solo dove c’è amore. Solo allora il problema della solitu­dine verrà risolto.”

Ojai, 28 agosto 1949

 riga-antica

“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.”
 Franz Kafka
riga-antica
Leggi anche
Capire la solitudine

e

Vuoto, Solitudine e Meditazione