Una storia vera, autobiografica, fedelmente raccontata, che narra di come la bellezza della vita ci accade e ci guida se solo sappiamo rimanere aperti. Ho’oponopono dell’Identità del Sé.

di Daniela Coin

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17 Agosto 2014. Ore 5:01 Sveglia.

Mi sveglio al suono assordante di una sveglia inclemente. Come da programma faccio colazione, mi sistemo e mi preparo a vivermi quella mia apparentemente malsana iniziativa di unirmi ad una già abortita idea di raggiungere in giornata, con due amici, una coppia di nostri comuni amici in vacanza in Croazia. Quello che accadde quel mattino fu come l’inizio dell’avventura più dolce ed intensa della mia vita fino ad oggi. Un’epopea che vi narrerò con piacere e con cura, augurandomi che vi incuriosisca a sufficienza da arrivare fino in fondo. E’ un raccontino, da leggersi per puro piacere e per ricavarne qualcosa che spero vi possa rimanere nel cuore.

dr-joe-and-dr-hew-len-300x199La ragione per cui avevo deciso di trascorrere la giornata fuori era solo una, e cioè che mi sentivo sofferente e bisognosa di distrazioni a causa di un evento che mi aveva scossa profondamente un paio di giorni prima. Preparando la borsa, passo vicino al comodino e, vedendolo lì, decido di mettere in borsa Zero Limits di Joe Vitale (1), chiedendomi divertita: “Ma quando mai avrò il tempo di leggere!? Non sto forse partendo proprio per chiacchierare e ridere e non guardarmi dentro?” In effetti quel libro l’avevo varie volte preso in mano e, con la stessa velocità di una libellula, rimesso a posto.

Alle 6:40 arrivo a casa di uno dei due amici con cui, di lì a poco, avrei affrontato il viaggio. L’accordo era di trovarci alle 6:30/6:45 ed io, nonostante di strada mi fossi fermata a pregare una gallina e i suoi pulcini di spostarsi da in mezzo alla strada, ero arrivata puntuale. Attendo così uno dei due, pazientemente, fuori in macchina, cominciando a pensare che non mi piacevano troppo le persone che non erano puntuali e che in quel tempo avrei potuto stare di più con i miei animali quel mattino, fare una passeggiata col cane o dormire di più. Nel frattempo su WhatsApp mi dicono che il terzo passeggero, quel mattino, stava per tirare bidone perché era stanco ma che alla fine sarebbe arrivato e che dovevamo attenderlo. Nel frattempo sono le 7:10 ed io ho come il desiderio di andarmene a casa a dormire, ma resisto per amore della pace.

Zero Limits

Voto medio su 97 recensioni: Buono

Ore 7:20 direzione Croazia

Finalmente, intorno alle 7:20 partiamo. Ci fermiamo al distributore, un po’ qua e un po’ là e alla fine, coi Rammstein di sottofondo per svegliarci meglio, ci avviamo in direzione Trieste. Eravamo partiti ufficialmente da circa 15 minuti quando, uno dei due, il passeggero, chiede “Avete tutti la carta d’identità?” – Io non l’avevo! – Bastasse, qualche giorno prima, parlando col mio amico – il conducente – mi spiegava come non fosse più necessario il documento d’identità in quanto la Croazia era entrata nell’Unione Europea e, come per la frontiera slovena, non fosse più necessario esibire i documenti, rafforzando tale tesi con frasi tipo “I miei ci sono andati e non gli hanno chiesto niente..” e via dicendo. Tuttavia, presa dal dubbio, faccio una piccola ricerca su Google e scopro che erano ancora obbligatori. Propongo la retromarcia e addirittura di essere lasciata ad una stazione vicina per ritornare a casa ma mi dicono che in qualche modo avremmo fatto e che – insistendo – era quasi sicuro che non servisse il documento.

Non mi impunto e decido di lasciare le cose come devono andare. Infatti, alla frontiera Slovenia-Croazia, al controllo dei documenti dove, per mostrare buona volontà, presento la patente, ci dicono che dovevamo tornare indietro.
Ecco fatto. Perfetto!
Fra le varie ipotizzate soluzioni, sbucano “attraversamento del confine a piedi in arrampicata sulla collina” – “nascondersi in bagagliaio cambiando frontiera” – “stampare una copia del documento di identità e sperare nella clemenza degli addetti” e varie altre ipotesi fra cui fermarci tutti in Slovenia in una spiaggia a caso e trascorrere lì la giornata.

I miei amici, dal canto loro, alla mia proposta di lasciare me in Slovenia e lasciar andare loro al di là del confine, non ne vogliono sapere. E, mentre il conducente insiste nel voler trovare una soluzione, il passeggero insiste nel fermarci lì tutti insieme.

Io, dal canto mio, tutto desideravo meno che rovinare a loro la giornata. Sicché tanto faccio ed insisto fino a che, mentre entravamo nella cittadina di Portoroz (Portorose), li convinco a lasciarmi lì e a venirmi a prendere in serata, al termine della loro giornata. Non troppo felici, nonostante le mie rassicurazioni sul fatto che sarei stata benissimo da sola, mi salutano di fronte all’ingresso di una specie di villaggio turistico, esattamente di fronte al casinò, ipotizzando che magari sarebbero tornati prima dalla Croazia ed avremmo cenato insieme lì per poi ripartire per tornare a casa.

Non appena se ne vanno, ecco che mi sento smarrita, e costretta a fare il conto con il mio perpetuo mostro dell’abbandono e della solitudine che, fin da piccola, mi perseguita e che, meccanicamente, ripropongo in ogni situazione. Ero partita perché desideravo passare una giornata in compagnia per distrarmi e mi ritrovavo più sola di prima. Almeno, pensavo, se fossi rimasta a casa sarei stata meglio.

Con un peso enorme sullo stomaco, in tutto il mio smarrimento, mi lascio guidare dal mio istinto. Desideravo stare bene ma non sapevo dove sarei andata e cosa avrei fatto.
Faccio pochissimi passi e mi trovo davanti ad un ingresso in bamboo molto carino che si affacciava in un giardino molto carino e ben curato, ricco di tavolini, canne di bamboo dovunque e bellissime statue in legno. 10303376_10152375049583373_3039023625451384216_nLeggo il cartello: Alaya “Live it, Love it” – aperto dalle 8:00 alle 3:00. Penso che è davvero perfetto ed imbocco il viale guardandomi intorno. Arrivo ad un pontile che dà sul mare, molto grazioso, tutto addobbato di lettini molto carini, alcuni singoli ed altri matrimoniali, molto graziosi ed in legno.
Leggo il cartello: tutto il giorno, lettino singolo 15 € – Doppio 20 € – Ombrellone 8 €
Penso che un singolo sia più che sufficiente e decido di prendere anche un ombrellone per evitare di scottare la mia pelle bianchiccia.

Mi guardo intorno e scorgo alcuni ragazzi e ragazze con una t-shirt nera con la scritta Alaya, mi rivolgo al primo a portata di mano e chiedo come fare. Parlava molto bene l’italiano ed era di una gentilezza infinita, oltre che davvero carino. Biondo, occhi azzurri. Piccino, sui 23, ma sveglio e sicuro di sé. Più tardi mi accorsi con infinita gratitudine che tutto lo staff era dolcissimo e gentilissimo.
“Non abbiamo l’ombrellone” mi dice il ragazzo “Sono pochi e sono tutti prenotati”. Valuto qualche istante ma decido di prendere lo stesso il lettino in quanto il bar, con tavolini e divani all’ombra, era a pochi passi.

10584021_769868419726380_8031744773566394893_nMi accomodo sul mio lettino, fra le cure del mio piccolo cameriere super premuroso, ed inizio subito a provare un leggero disagio per l’assenza dell’ombrellone. Parallelamente a ciò, continuavo a provare un forte senso di abbandono e solitudine. Mi guardo intorno ed impiego diversi minuti prima di sentirmi a mio agio.

Mi stendo comoda sul mio asciugamano accuratamente disteso sul materassino ed inizio a pensare. “Oggi sarei potuta essere altrove.” Il mio programma per il weekend era di trascorrerlo insieme ad un ragazzo che mi piaceva molto ma, per svariati fattori, il nostro weekend era durato appena una ventina di ore trascorse insieme dopo le quali mi ero sentita dire di non essere la persona che lui desiderava per sé ed assistendo alla sua dipartita sotto ai miei occhi con totale smarrimento e una sofferenza infinita.
La mia dinamica dell’abbandono era così forte da andare oltre ad ogni mio agognato tentativo di superarla.
In alcuni momenti potevo rendermi conto di essere io l’artefice di ciò che mi accadeva ma in altri, come in quest’ultimo caso, non riuscivo davvero a scorgere una mia diretta responsabilità e tutto quello che mi restava da fare era piangermi addosso.
“Potevo essere insieme a lui a divertirmi, a ridere e ad essere felice!” pensai, impossibilitata a trattenere qualche lacrima “Invece sono qui, abbandonata dio solo sa dove, a scottarmi sotto al sole”. Pensavo ad un’intera giornata sotto il sole senza riparo, da sola. “Come ci sono finita qui?” mi chiedo, sentendomi sempre peggio. Come se non bastasse, intorno a me inizio a scorgere coppie di fidanzatini dovunque. “Cosa diavolo ci faccio qui? Due giorni fa ero in compagnia di una delle più belle persone mai conosciute in vita mia con cui avevamo programmato di trascorrere insieme tutto il weekend e, perché no, anche la settimana seguente se lo avessimo desiderato. Invece sono stata così poco amorevole da spingerlo via da me.” Chiudo gli occhi e soffro un po’ per conto mio. “Come copione vuole, eccomi qua, abbandonata come un cagnolino cattivo che ringhia da un padroncino troppo indaffarato con se stesso per scegliere di amare una creatura che gli aveva mostrato le sue fragilità!” Erano ormai le 11:00 del mattino ed io, osservando il mare ed ascoltando il vento, contavo con le dita quante ore mancavano alla mia salvezza, credendo che la sola cosa che mi potesse salvare da quel loop di tristezza sarebbero stati i miei amici di ritorno.

Se alle 11:00 piangevo di tristezza, alle 16:00 piangevo di gioia.

Il sole risplendeva alto nel cielo e un fresco vento costante rinfrescava la mia pelle.

Nel tentativo di scacciare la tristezza, decido di mettermi a leggere il libro di Joe Vitale che narra del suo incontro col Dr.  Ihaleakala Hew Len e della sua tecnica del Ho’oponopono occidentale dell’Identità del Sé, ovvero un metodo di purificazione interiore che agisce nell’inconscio, basato in primis sulla totale consapevolezza che la responsabilità per ogni cosa che ci accade è al 100% nostra e non imputabile a nessun altro, ivi incluse le guerre e gli omicidi che accadono dall’altra parte del mondo. Ciò, per quanto possa sembrare assurdo, si basa su un principio (complicato ma che proverò a riassumere in modo semplice) che la realtà che noi vediamo e viviamo non esista e non sia altro che una nostra proiezione.10593130_769868236393065_795753662372288805_n Ciò implica, come afferma la meccanica quantistica, che la materia non esista realmente e, di conseguenza, che tutto ciò che viviamo e vediamo venga creato da noi e dal nostro interno. Non essendo consapevoli di ciò, e non essendo in contatto con la realtà Divina (intesa come forza interiore), non essendo cioè allo Zero, noi agiamo secondo schemi preconfezionati che abbiamo acquisito nel corso di quella che noi crediamo la nostra esistenza (vedi foto a lato tratta dal libro). E’ un po’ come se fossimo degli esseri completi ed in armonia, senza spazio e senza tempo, e, per gioco, venissimo messi nelle condizioni per pochi istanti di credere di avere un corpo e che esita il tempo e, in quel momento, dimenticassimo come per magia che, fino a poco prima, eravamo esseri infiniti e finissimo per credere che quella realtà che vediamo sia il nostro vero mondo, un mondo che subiamo e che ci accade addosso. (2)

Con interesse, leggevo quel libro che mi era stato consigliato da una delle più preziose persone mai conosciute in tutta la mia vita, forse una delle pochissime persone che lavora per il bene dell’umanità prima che per se stesso, nonostante la sua fama e ricchezza finiscano per essere proporzionate alla sua devozione al servizio. Come sostiene anche il libro, se ciò che fai viene da dentro, dalla tua ispirazione divina (come aiutare gli altri), e non da un tuo programma (come fare soldi), non può che donarti una vita ricca e felice in proporzione uguale o maggiore a ciò che doni.

Continuavo a leggere ma ciò non mi distraeva dal mio dolore. Per pranzo decisi di spostarmi all’ombra, togliendomi per un po’ la vista di quel ragazzino così carino che camminava su e giù per il pontile intento a servire i clienti.
Ordino una spremuta d’arancia e la sorseggio comodamente semi sdraiata su di un divanetto che si trovava sotto ad una capannina in bamboo. Non me ne accorgo subito, ma quella capanna, che avevo scelto dopo un’attento girovagare in quel giardino molto grande su ispirazione, apparentemente a caso, era ricca di sculture in legno raffiguranti cavalli, i miei animali preferiti. Nel frattempo osservo il menù, seguita da una 10613158_769868103059745_9070839687170551123_ncameriera davvero cordiale e graziosa che mi serve il mio risotto ai frutti di mare su di un tavolino adiacente il divanetto dove mi trovavo, il quale piano in cristallo veniva sorretto da tre bellissimi cavallini rampanti in legno. Chiamarlo risotto ai frutti di mare era effettivamente eccessivo, ma il sapore era buono ed il mio umore cominciava a migliorare minuto dopo minuto.

Osservavo la realtà intorno a me e i miei giudizi. Poi scorgevo quel che si annidava dentro di me in relazione a quel che non mi piaceva, e recitavo la preghiera hawaiiana.

Ti amo, Mi dispiace, Ti prego perdonami, Grazie.

Rimango li sotto la capanna per quasi un’ora, poi ordino una bottiglia d’acqua e mi sposto. Man mano che passavano i minuti, diventavo sempre più sensibile riguardo la mia responsabilità sulla realtà circostante. Non solo a livello effimero, sia chiaro. Scorgevo la mia responsabilità soprattutto nell’interpretazione e pensavo che tutti i nostri rapporti sociali si fondano sull’interpretazione che diamo, con la nostra soggettività, delle cose e persone che ci circondano, di quello che dicono e di quello che facciamo. Di fatto, noi passiamo quasi tutto il nostro tempo a raccogliere dati dall’esterno e a confrontarli con la nostra realtà e a giudicare se ciò è compatibile, se va scartato o se è utile a sostituire una nostra precedente credenza. Fatto ciò, riprendiamo lo stesso lavoro.

Che fatica! pensai.
10343664_769868199726402_8581779681286177232_nDavvero, mi chiedevo, siamo nati per valutare tutto e per vivere in questo modo, costantemente alla ricerca di una realtà più giusta o di una più sbagliata o di una regola migliore o di una peggiore? E perché lo facciamo?
Ne dedussi che lo facciamo perché ci sentiamo incompleti e smarriti, parlo a livello interiore, e bisognosi di ritrovare un centro e di sapere dove siamo. Ma, continuai, se il principio secondo cui la realtà è una nostra proiezione è corretto, questo significa che nulla di quello che acquisiamo dall’esterno potrà mai dirci chi siamo e dove siamo e darci realmente quel senso di pace profonda e completezza che tanto cerchiamo. Se siamo noi a creare la nostra realtà e passiamo la vita a capire chi siamo rispetto alla realtà che stiamo proiettando, allora significa che ogni cosa che vediamo all’esterno, siamo di fatto noi. Ma se ciò che proiettiamo segue degli schemi pre-acquisiti, come possiamo conoscere chi siamo se quello che proiettiamo è manipolato da programmi che abbiamo installato quando ancora eravamo piccolissimi? E perché l’abbiamo fatto? Forse per proteggerci dallo smarrimento?

Queste ed altre domande continuavano ad accompagnarmi mentre mi prodigavo nell’ho’oponopono con dedizione, pur non sapendo a cosa stessi andando incontro né cosa aspettarmi da quella cantilena mentale che oramai applicavo su ogni cosa.

La dinamica dell’Abbandono

Ripensavo ai torti subiti, e mi prendevo la responsabilità. Ero io che avevo fatto a me stessa quei torti e chiedevo perdono, ringraziavo ed amavo. Pensavo agli abbandoni, riuscivo a vedere negli abbandoni apparentemente subiti, il mio schema che da anni perpetua l’abbandono, esattamente da quando avevo 3 anni, ovvero da quando era venuta al mondo mia sorella ed io mi ero sentita abbandonata dai miei genitori. Alle elementari ero cresciuta col terrore che i miei genitori non mi venissero a prendere alla fine della scuola. Quando uscivano lasciandomi dai nonni, la paura che non tornassero era totale. Quando andavamo in vacanza, riuscivo a perdermi e a vivere momenti drammatici. Abbandonata dagli amici perché studiavo in un’altra scuola, lontano da casa, mi riempivo di cani, certa che loro non mi avrebbero abbandonata. Venne poi il momento dell’adolescenza, dei fidanzatini, e dei primi amori. Ma era anche già arrivato il momento in cui avevo detto basta alla sofferenza causata dall’abbandono ed avevo eretto strutture inabbattibili per impedire alla sofferenza di entrare. Il problema, e allora non lo capivo, era che quelle mura impedivano sì alla sofferenza di entrare, ma impedivano anche all’amore di entrare ed uscire. Il risultato fu che imparai a lasciare tutti i miei fidanzati prima che loro lasciassero me e a strutturare rapporti esclusivamente basati sull’interesse e il vantaggio che ciò poteva darmi. Ciò mi permetteva di vivere in una realtà dove avevo il controllo di ogni cosa e dove difficilmente avrei sofferto nell’essere abbandonata.
Conobbi così, a 19 anni, il ragazzo che più amai al mondo, riuscendo ad interrompere il rapporto con lui non appena mi accorsi che forse lui stava perdendo interesse per me e trascorrendo i successivi 12 anni nel vano tentativo di riavvicinarlo a me.
Ma ancora non capivo quanto dolore mi stavo facendo e continuavo a gestire i miei rapporti così. Trasferendomi a Roma trovai un fidanzato che mi diede appoggio e comprensione, che fu anche la prima persona che iniziò a farmi notare che forse avevo un problema. Rientrai a casa per vivermi uno dei più grandi abbandoni della mia vita: la morte di mio padre. E ancora, a seguire, fidanzati a vagonate, tutti lasciati da me. All’età di 29 anni detenevo un primato di cui mi vantavo molto: non ero mai stata lasciata. Allo stesso tempo va detto che i miei amori erano per lo più incastonati in schemi ben studiati per permettermi di trarne svariati vantaggi e di assicurarmi un rischio sempre più basso di sofferenza data da questo temibile mostro dell’abbandono, sempre in agguato dietro la porta. A 30 anni finalmente vengo lasciata per la prima volta e proprio nel momento in cui meno me lo aspettavo. Inutile dire che il mondo mi scivolò via in un secondo e, per farla breve, iniziai per la prima volta a capire che non c’erano davvero scuse per ciò che avevo fatto in tutta la mia vita e per come avevo trattato le persone che dicevo di amare, costringendomi a rimettere in discussione tutto quello che credevo che fosse l’amore.

10629652_769868816393007_6375149708894163720_nPer diverse decine di minuti mi concentrai, in modo più o meno costante, su questo aspetto dell’abbandono.
Iniziai a dedicargli le dovute attenzioni intorno alle 15:00, riflettendo sui vari aspetti, sempre tenendo presente – con enorme difficoltà!! – che ero io l’artefice di quella realtà (io con il mio programma dell’abbandono) e continuai per quasi un’ora a purificare col metodo dell’ho’oponopono. Piano piano sentivo che la morsa che da due giorni avevo allo stomaco, iniziava ad attenuarsi. Quell’impudente stare delle lacrime sull’orlo delle mie palpebre, aveva lasciato il posto al piacere di osservare la realtà intorno a me. Il sole, il paesaggio, il mare, le persone tutte che andavano e venivano lungo la spiaggia.

Non mi fermai e continuai a recitare quel mantra, alternandolo a pensieri relativi i miei programmi, a come mi ero da sempre comportata con gli altri. Riuscivo a vedere con totale chiarezza che tutto quello che accusavo di aver subito dagli altri, era esattamente una parte di me, era dentro di me e, non solo, ero anche la prima a trattare gli altri come non avrei mai voluto essere trattata. Non era affatto la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con questa realtà, ma era senz’altro la prima volta in cui avevo deciso fermamente di assumermene la completa responsabilità.

Il momento in cui mi accorsi che tutta quell’odissea, cominciata due giorni prima con quell’improvviso ed imprevedibile abbandono da parte di quel ragazzo di cui mi stavo perdutamente innamorando, che era finita col condurmi a 300km da casa, sola, in un’altra nazione, senza internet (collegarsi dall’estero costa 26cent/mb), con telefonate ed sms limitati allo stretto indispensabile (dato l’elevato costo del roaming) e con quel libro casualmente preso in mano ed infilato in borsa quella mattina, era servita a darmi la 10511073_769868366393052_6838536455871221937_npossibilità di guardarmi dentro e di comprendere nel profondo (la teoria già la conoscevo da qualche anno, nulla di quello che compresi quel giorno, mi era nuovo nella teoria) che nulla di quello che mi stava accadendo lo stavo subendo, beh in quel momento piansi di gioia. Erano più o meno le 16:00 e mi rimanevano, sempre contando con le dita, ancora circa 4 ore, stando all’intento dichiarato dai miei amici di venire a cenare in Slovenia con me.

Il senso di solitudine e smarrimento cessò nel giro di poco, per lasciare spazio all’osservazione di quello che mi circondava, al godere di quel venticello fresco e al senso di tranquillità che mi perveniva da ogni dove.

Ma come? Fino a poco prima quello era il luogo dell’abbandono, dello smarrimento e del pianto di tristezza. Come poteva essere che, all’improvviso, lo stessissimo luogo fosse incantevole, magico, ricco di energie e di cose belle?

Continuai random con quella straordinaria cantilena di purificazione.
Pensai potesse essere autosuggestione quello star bene ma fu un’ipotesi che esclusi in fretta in quanto sentivo che non proveniva da un pensiero razionale. Anzi, il mio pensiero razionale continuava ad opporsi allo star bene. Il senso di abbandono, il senso di ingiustizia e la convinzione radicata di non avere proprio tutta la responsabilità su quello che accadeva, continuavano a riaffiorare in continuazione. Ti amo, Mi dispiace, Ti prego perdonami, Grazie, dicevo a me stessa e a quella sensazione e continuavo a sentire il cuore leggero e a farmi accadere la vita addosso.

Ore 18:45, una lieve ricaduta

I miei amici, che durante la giornata mi avevano mandato un paio di sms per sapere come stava andando, mi avvisarono con un sms che si sarebbero fermati a cena lì e che sarebbero venuti a prendermi alle 23:00. Erano le 18:45. Altre 4 ore. Altro smacco ed altro senso di solitudine ed abbandono. Stavolta molto, molto più lieve. Non mi abbatto e decido come organizzarmi la serata. Sarei rimasta lì sul pontile, ormai vuoto, fino alle 20:30 e poi sarei andata a fare una passeggiata, cercando un ristorantino carino dove cenare ed aspettare i miei amici fino alle 23:00.

10517544_769868879726334_890384725171666832_nContinuai a leggere, tenendo d’occhio il sole per non perdermi quel timido tramonto costellato di nuvolette scure. Il mio carissimo amico Joe aveva deciso, in linea col modello del marketing americano, di dedicare un intero capitolo alle testimonianze che quel metodo aveva fatto scaturire dai suoi amici, conoscenti ed allievi. Leggevo con piacere le parole di queste persone che, a prescindere dai risultati più o meno importanti (Joe ha inserito nel suo libro anche persone che non hanno ottenuto necessariamente effetti tangibili bella materia ma che hanno cambiato paradigma e che si sentono meglio, sia mentalmente che fisicamente), sembravano sincere nel raccontare le loro piccole e grandi storie di come la loro vita fosse migliorata.

Mi colpì in particolar modo un capitolo del libro in cui Joe narrava di come fare a distinguere un pensiero, quindi anche un’idea, scaturito da un programma meccanico o dalla nostra parte Divina. Fino a che non capiamo come “andare allo Zero”, diceva, è importante soffermarsi su quel pensiero e  non agire nell’immediato ma continuare a pulire e ripulire fino a che l’idea non ci appare chiara. Se era un pensiero scaturito da un qualche programma annidato nell’inconscio, allora sarebbe scomparso. Nel caso in cui fosse rimasto, allora si sarebbe dovuto procedere in quanto, evidentemente, ciò che rimaneva dopo la pulizia era materia divina e quindi sana e prolifica.

Nella nostra esistenza,” diceva il Dottor Hew Len “attimo dopo attimo, noi esseri umani siamo inconsapevoli di una costante e incessante resistenza alla vita. Questa resistenza ci mantiene in uno stato costante e incessante di estraniamento dalla nostra Identità del Sé, dalla Libertà, dall’ispirazione e soprattutto dal Creatore Divino. Semplicemente siamo gente estraniata che vaga senza scopo nel deserto della propria mente. Non siamo capaci di prestare attenzione al precetto di Gesù Cristo “Non resistete”. E non siamo consapevoli di un altro precetto: “La pace inizia con me”. La resistenza ci mette in un costante stato di ansietà e di impoverimento spirituale, mentale, fisico, economico e materiale” aggiunse “A differenza di Shakespeare, non siamo consapevoli del fatto che, invece di fluire, viviamo in uno stato di costante resistenza. Per ogni bit di coscienza che sperimentiamo, almeno un milione di bit sono inconsci. E quel solo bit è inutile alla nostra salvezza.

Queste parole mi fecero riflettere a lungo. Un solo bit di conscio ed almeno un milione di bit di inconscio. (3) Allora, quando crediamo di aver preso noi una decisione, in realtà chi la sta prendendo per noi? Quando scelgo di non mangiare una carota, non lo sto decidendo io, ma il mio programma inconscio che mi dice che la carota non mi piace perché, da piccina, ero stata costretta a mangiarla, sentendomi forzata da qualcuno che credevo mi volesse bene e non potesse nuocermi. Quindi quante altre cose, su questa linea, stavo portando avanti? I miei gusti in campo artistico, cinematografico, amoroso, sentimentale, alimentare. Tutto veniva pre-stabilito. E così mi feci quella domanda: quante cose potrei sperimentare se solo non avessi nessun condizionamento?

Un condizionamento è paura. E’ una barriera, una protezione da qualcosa che credo che potrebbe nuocermi. Ma, come dicevo prima, quando erigo un muro, non sto forse impedendo a tante cose di entrare e di uscire, anche all’amore che tanto lamento di non ricevere e di non riuscire a dare. E ancora: quanto mi impedisce veramente di soffrire questa barriera, e quanto invece mi impedisce di essere felice? Non è forse meglio aprirsi a tutte le possibilità dell’Universo e camminare insieme a lui?

Ma, come tutte le buone intuizioni, necessitavano di una messa in opera.

Ore 20:00, come fare per essere felice?

Erano ormai le 20:00 circa quando ebbi la piena consapevolezza conscia del fatto che le mie barriere mi stavano danneggiando e non mi stavano di certo conducendo a quella vita piena di amore che desideravo. Ma, essendo una consapevolezza più superficiale (ovvero conseguita per ragionamento logico, cioè attraverso la mente conscia), non produceva in me un cambiamento radicale. Di fatto, continuavo ad essere una ragazza sola ed abbandonata, con un libro in mano, e una formula magica nella quale poco credevo.

10583906_769869323059623_5766761035067306101_nDecisi di alzarmi dal lettino, dopo aver bevuto l’ennesima spremuta, e di raccogliere le mie cose. Avrei fatto una bella passeggiata in riva al mare, godendomi il tramonto e le persone che avrei incrociato.

C’era un problema però. Mi rendevo chiaramente conto che, per ogni persona che incrociavo, avevo un giudizio. Il più delle volte, questo giudizio era negativo e distruttivo. In particolar modo, mi lasciavo infastidire dalle coppiette di innamorati felici, scorgendo che dal mio inconscio provenivano pensieri di invidia e anti-armonici. Di fatto, provavo a convincermi che non fossero realmente innamorati e a scorgere nei loro gesti qualcosa che confermasse le mie teorie. Non riuscendoci, però, compresi che qualcosa non stava funzionando come al solito. Le altre volte i miei pensieri sulla mediocrità dei gesti d’amore erano superbi, immani ed inattaccabili. Chiunque avesse provato a scheggiarli, avrebbe dovuto fare i conti con me e con la mia proverbiale dote di saper predisporre i ragionamenti in modo ottimale al fine di confutare ciò in cui avevo deciso di credere. Ciò, ovviamente, richiedeva un’enorme chiusura mentale ed un devastante sforzo mentale finalizzato a sorreggere le mie buie e rassicuranti prigioni. Ma ecco che uno spiraglio di luce entra e mi accorgo della struttura che ho costruito in tutti quegli anni. Una struttura (una delle più preziose!) che ormai agisce in modo indipendente con lo scopo unico di farmi vedere il resto del mondo triste e privo d’amore, in modo da non sentirmi un pesce fuor d’acqua, e quindi con lo scopo di non farmi insospettire e produrre un ragionamento che finisse con questo interrogativo: ciò che vedo intorno a me, è la realtà, o una mia proiezione interpretata dai miei schemi della realtà?

Compresi chiaramente che i miei schemi che scandivano le mie paure andavano tolti per iniziare a vivere. Avrei dovuto mettere in discussione ogni cosa, in primis la mia idea d’amore e di innamoramento. Finii infatti per concluderne, il giorno seguente, che avevo passato un’intera vita ad usare me stessa e gli altri nel tentativo di schematizzare, governare, controllare ed incasellare, la natura dell’amore. Mi accorsi che avevo trascorso un’intera vita a pretendere amore rimanendo chiusa dentro una prigione blindata, protetta dai più sofisticati sistemi di sicurezza che siano mai stati creati: le paure.

La mia bellissima passeggiata proseguì. La musica, i ristoranti in riva al mare, i bambini e gli anziani. Il tramonto ed il mare. Osservavo tutto con occhi nuovi e, appena scorgevo un giudizio, lo prendevo e me ne assumevo la totale responsabilità.
Non c’erano persone grasse, tristi, maleducate, stupide o presuntuose. C’ero solo io. Io con le mie fissazioni sull’alimentazione e le mie paure di non essere fisicamente bella e, di conseguenza, di non essere amata. C’ero io che mi sentivo triste e sola. C’ero io che negavo gesti d’amore a chi ne aveva bisogno. C’ero io che mi affannavo per risultare intelligente e brillante col solo scopo di farmi apprezzare e, quindi, amare e considerare. C’ero io che avevo la presunzione di dover obbligatoriamente ricevere affetto, pur rimanendo segregata nella mia biua cantina. Come se tutto il mondo non fosse lì che ad aspettare di affrontare milioni di difficoltà pur di potermi abbracciare. Ma chi glielo faceva fare? mi chiesi.

riccioFu lì che mi accorsi che le persone più d’animo sensibile che avevo incontrato erano state proprio quelle che non erano riuscite a rimanermi vicino. Era come se, avvicinandosi a me, sentissero bruciare la pelle e fossero costrette ad allontanarsi. Qualcuno ci aveva provato, uscendone ustionato, altri si erano fermati prima, allontanandosi quel tanto che bastava per non toccarmi e bruciarsi.

Pensai ai ricci, che riescono a godersi le coccole solo quando scelgono di rimanere aperti. La metafora del riccio mi rappresentava davvero bene. Tuttavia, mi domandai se avesse senso mantenere li aculei e se non fosse meglio mirare a diventare un cricieto, anziché un esserino pungente.

Pungente. Pensai alle zanzare, a tutto l’odio ed avversità che ho per quelle bestioline e quanto loro mi avessero massacrata in tutta la mia vita. Pungente. Pungente era una parola che mi si addiceva alla perfezione. Chissà, pensai sorridendo, se le zanzare smetterebbero di pungermi se io smettessi di pungere a mia volta..

La mia passeggiata continuò, fra l’osservazione dei passanti e il mio mantra che ormai mi accompagnava fedelmente in ogni passo. Iniziai a farmi rapire dai particolari. Un signore che non ascoltava la moglie che parlava con lui. Due donne che si volevano bene. Il bambino col monopattino.

10614329_769868929726329_8319300609569163929_nUn pontile con due amiche intente a confidarsi i loro segreti e un padre che teneva per mano la figlia per proteggerla da un’eventuale scivolata in mare.

10614261_769869293059626_8385432587164970593_n

Passeggiando, in totale presenza ed osservazione, arrivai ad una piccola piazza ricca di bancarebbe con souvenirs ed artisti di ogni genere. Mi fermai con particolare interesse ad osservare ogni cosa, ogni dettaglio. Saprei descrivere alla perfezione i volti di tutti i venditori che gestivano le bancarelle e cosa proponeva ognuno di loro. Era una sensazione molto bella quella di avere tempo da dedicare ai particolari e ad ascoltare l’ispirazione. Osservai che era una cosa che non facevo mai. Muovermi apparentemente a caso senza avere una meta precisa, senza sapere dove andare, e col piacere di osservare e scoprire ciò che c’era da cogliere, senza aspettativa e senza rifiutare nulla.
Avevo deciso che avrei acquistato un qualcosa che mi ricordasse quella giornata magnifica e così feci due volte il giro della piazza, vedendo cosa poteva ispirarmi.

13917_769869249726297_5034515744103684760_nMi soffermai ad osservare un signore intento a tessere splendidi disegni astratti con fili di seta su tavolette di legno sulle quali aveva piantato piccoli chiodini. Lo osservai a lungo. La sua pazienza e maestria. La sua spensieratezza. Fece uno sforzo per parlarmi in italiano e lo apprezzai. Mi spiegò la tecnica e il significato di tutti i simboli rappresentati. Tralasciò solo un quadretto, così chiesi se anche quel simbolo avesse un significato. “No” mi disse “è solo bello ed armonioso!” – Bene, lo prendo! – Vicino a lui la moglie, un po’ triste ma cordiale, mi sistema il quadro con molta cura nella sua scatolina. Le chiedo di farmelo fotografare un attimo e pare visibilmente felice delle attenzioni che continuavo a prestare al loro lavoro. Li saluto, facendo loro i complimenti. (Li potete trovare a questo indirizzo di pagina Fb: FenkisArtDeco )

Adiacente alla piazzetta, avevo notato un ristorante molto grazioso, con una musica molto carina stile smooth jazz alla Norah Jones, che mi aveva particolarmente colpita. Trovai subito posto ed ordinai, godendomi la calma di quel luogo magico che sorgeva sul mare che ormai aveva lasciato posto alla flebile notte.

Ore 21:30, una ferita profonda non guarisce con l’autosuggestione

Proprio quando credevo di essermi rasserenata e sentirmi sollevata da quel peso che da due giorni mi divorava, ecco comparire in sottofondo musicale una cover in stile jazz della famosa Don’t cry dei Guns ‘n’ Roses. Tre giorni prima avevo cantanto quella canzone abbracciata a quella persona che solo poche ore dopo mi aveva detto addio. Eravamo ad un live di una coverband, sotto la pioggia. Quelle note iniziali mi risvegliarono subito quel dolore che da giorni non mi lasciava.

Non era una questione di fingere o di dimenticarsi di qualcuno. Sarebbe stato semplicissimo per me, espertissima in quest’arte, bloccare ogni sentimento provato per questa persona, cancellarlo ricoprendolo di colpe, creare un distacco convincendomi che non era una bella persona. Ma perché farlo? L’amore può forse essere un sentimento che si sviluppa solo se ricambiato? No. Avevo deciso di essere l’origine di ogni cosa. E così ero l’origine di quella mancanza di amore che credevo di subire.

Non era solo una convinzione, di fatto, come spiegato poco sopra, la mia chiusura e le mie paure mi avevano spinta a non amare mai ma, soprattutto, a non lasciarmi amare. Quindi perché incolpare gli altri per una mia mancanza? Lo so, sarebbe stato più semplice ed apparentemente meno doloroso, ma ero davvero stufa di vivere in quel modo. Basta! Avevo passato fin troppo tempo a delegare la mia felicità agli altri ed avevo deciso in quel momento che avrei fatto tutto quello che era in mio potere per iniziare a cambiare quel meccanismo errato che non mi aveva portato nient’altro che sofferenza da ormai quasi trent’anni. Il primo passo era rendermi sempre più consapevole del fatto che tutto proveniva da me. Iniziare con una consapevolezza di 1 solo bit, pensai, è comunque un passo enorme. Da qui, decisi, lavorerò per eliminare le barriere che mi hanno abituata a non sentire e a chiudermi in tutti questi anni.

Passò una ragazzina che, nella sua fretta ed enfasi, non si rendeva conto che stava quasi strangolando quel povero cane che si trascinava dietro correndo. Ti amo, Mi dispiace, Ti prego perdonami, Grazie! Rallentò e guardò il suo cane, continuando a passo più lento. Fu istantaneo. Magari fu una fatalità ma cosa importa se il risultato è buono?

Mi scrissero i miei amici che sarebbero arrivati di lì ad un’ora nel punto in cui mi avevano lasciata ormai 12 ore prima.

Ore 22, la Gratitudine

Avevo ormai finito la mia cena, quando mi venne voglia di ringraziare il mondo per quella giornata. Pensai che avrei voluto abbracciare l’Universo ma, non potendo, mi limitai a ritornare alla piazza delle bancarelle a comprare due bracciali per i miei amici che mi avevano abbandonata, regalandomi quella preziosa opportunità. Nel frattempo, al locale che avevo appena lasciato, un anziano signore addetto al pianobar aveva iniziato a cantare, in un inglese che conosceva solo lui, una serie di pezzi ballabili dal liscio al rock di Elvis.10565243_769869203059635_8355808533402018689_n Ritornando dalla piazza, mi fermai quindi ad ascoltarlo e ad osservare i ballerini, qualcuno divertito e qualcuno visibilmente costretto dalla moglie ad esibirsi. “Who the fuck is alice?” cantava quello. Osservavo quel quadretto e mi sembrava tutto così perfetto che quasi mi veniva da piangere. Provai la chiara sensazione di non voler più lasciare quel luogo che mi aveva regalato così tanto in così poche ore.

Questo luogo? E’ stato il luogo o sono stata io?
Ma la risposta era così chiara che non aveva bisogno di palesarsi.

L’amore fluisce…non ha bisogno di luoghi, di regole, né di qualcosa che si trova all’esterno. Era una consapevolezza ancora blanda perché per 30 anni mi ero impegnata per dimostrare l’esatto contrario, ovvero che si potesse accalappiare l’amore col lazo e domarlo come si doma un puledro. Ma, è evidente, di quel puledro domeremo solo il corpo. Il suo cuore rimarrà selvaggio e, anche se si arrenderà, nessuno potrà mai togliergli la sua natura e quell’animale, in qualsiasi momento della sua vita, potrà decidere di tornare ad essere padrone di se stesso ed artefice del suo destino.

Non poteva mancare, mentre ritornavo al luogo stabilito per l’incontro, di passare vicino all’anziana signora in compagnia di due amici che, col mare alle spalle, rivolta verso il casinò, indicava i palazzi ed esclamava “Qua una volta era tutto rustico, era tutta campagna.”

Con affetto a tutti voi che siete arrivati fino alla fine di questa mia avventura, augurandomi che possa avervi regalato qualcosa di bello. – Daniela

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(1) Se ritieni di mettercela tutta ma ti sembra di non andare da nessuna parte, forse il problema è dentro di te, non all’esterno.
Zero Limits presenta un metodo collaudato ed efficace per uscire dalle limitazioni autoimposte e per ottenere dalla vita più di quanto hai mai sognato. Non solo funziona, ma fa meraviglie, sia nel lavoro che nella vita privata, e permette di sperimentare quotidianamente una pienezza e una felicità sorprendenti. Immagina di dimenticare tutti gli errori passati, di ricominciare di nuovo senza nozioni preconcette e di vivere una realtà di costante stupore. Immagina cosa succederebbe se tutto fosse possibile. In effetti, tutto è davvero possibile quando guardi il mondo libero da costrizioni mentali. Questa è la chiave che aprirà la tua vita a un nuovo universo di possibilità e di risultati, un universo a Zero Limits. Ho’oponopono è un sistema tramandato dalla tradizione hawaiana che purifica da convinzioni, pensieri e ricordi inconsciamente accettati che ti intrappolano e di cui non sei nemmeno consapevole. Adattato ai tempi moderni, è uno strumento straordinario per ripulire la mente da ostacoli e blocchi subconsci che impediscono al destino e al desiderio di prendere il controllo e di aiutarti a trovare modi nuovi e inaspettati per raggiungere ciò che vuoi nella vita.(tratto da Macrolibrarsi.it)

(2) riferimenti su:
Ho’oponopono:
Il mantra dell’amore” di Nicola Rachello

Ho'oponopono - Il Mantra dell'Amore

Voto medio su 2 recensioni: Da non perdere

Fisica quantistica:
La materia non esiste” di Leonardo Boff (articolo)

(3) Non ho trovato fonti autorevoli su un tale psicologo William Grey che affermò questa proporzione ma ho scovato quanto segue “Secondo M.Erickson l’inconscio delle persone coincide con un mondo di risorse capaci di dare risposte creative ai problemi acquisiti dalla persona e di fare i cambiamenti che occorrono senza coinvolgere la mente conscia. L’inconscio copre una parte notevolissima della nostra attività mentale : H.Kogan afferma che contro i 126 bit di informazioni al secondo che processiamo nella mente conscia, ce n’è 1 milione di bit nella mente inconscia. Essa svolge le importanti funzioni relative alla memoria, alle emozioni, alla immaginazione, ai controlli vegetativi, al controllo delle abitudini e all’esecuzione delle azioni.” Fonte reperibile a questo LINK.

 

Punto Zero

Voto medio su 7 recensioni: Da non perdere

 

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