di Matteo Camorani

Disney è un nome che non ha certo bisogno di presentazioni. Questo colosso dell’animazione ha la responsabilità (nel bene e nel male) di aver contribuito e di contribuire, a partire dal 1937, a forgiare il subconscio di intere generazioni.

Tra le decine e decine di titoli prodotti spiccano molti capolavori assoluti e indiscussi, oltre a tanti altri lungometraggi più commerciali e di meno pregiata fattura.

Più di ciò che sembra

Nei confronti delle produzioni disneyane si sentono tante critiche, alcune delle quali sono diventate (non a torto!) dei veri e propri luoghi comuni.

È risaputo, ad esempio, che questi lungometraggi sono quasi tutti accomunati da una retorica stucchevole e leziosa, da un asfissiante martellamento sul concetto di “vero amore” (esiste un amore falso?), e da un impressionante campionario di caste principesse e bellissimi principi dalle improbabili virtù… personaggi che, nella maggior parte dei casi, incarnano dei poco credibili ideali platonici di perfezione, e che hanno causato nei giovani spettatori (una volta cresciuti) non pochi problemi di aspettativa nella ricerca di partner nella vita reale.

Il prete Frollo, nella versione Disney, diventa un giudice. Se non altro rimane molto religioso.

Il prete Frollo, nella versione Disney, è un giudice. Un giudice molto religioso, certamente, il che ha permesso di rendere anche nel cartone animato il suo devastante tormento tra passione e desiderio di purezza.

È noto, inoltre, che le trame Disney consistano spesso in versioni edulcorate e “politically correct” di favole o miti che per lo più finivano in modo violento, brutale e/o tragico, e che quindi sarebbero stati poco adatti per una trasposizione cinematografica rivolta ai più piccoli. Celebre il caso dell’antagonista ne Notre-Dame de Paris, il prete Frollo, la cui controparte disneyana è diventata un magistrato… per ragioni facilmente intuibili. Si tratta di una pratica piuttosto prevedibile, in fondo, per un prodotto che si propone la massima diffusione commerciale.

Esistono anche casi conclamati in cui le produzioni Disney sono state palesemente… “ispirate” da opere di animazioni già esistenti, soprattutto nipponiche, come ad esempio Il Re Leone (v. “Kimba il leone bianco”) o Atlantis (v. “Il mistero della pietra Azzurra”).

Tutto ciò, ai fini di questo articolo, è totalmente irrilevante.

In tanti film Disney sono presenti, per chi sa coglierli e vedere al di là dello spesso strato di caramello e morale spicciola, numerosi messaggi edificanti e simbologie dal significato tutt’altro che banale o scontato.

Seguono quattro esempi (La Sirenetta, Il Re Leone, Le Follie dell’Imperatore, Frozen) che, nonostante l’immenso successo commerciale, sono accomunati da una trama particolarmente “iniziatica” e da uno sviluppo che risulterà familiare a chi segue un certo tipo di percorso di crescita interiore.

ATTENZIONE!

Si consiglia di proseguire nella lettura solo dopo aver visto i film in questione, principalmente per due motivi:

  1. durante l’analisi saranno ovviamente rivelati particolari delle trame, specialmente il finale, per cui l’allarme spoiler è al massimo livello.
  2. sarebbe sempre meglio visionare per la prima volta un film senza sapere nulla a riguardo, in modo da non avere una chiave di lettura precostituita della storia. La prima valutazione deve sempre essere individuale; speculazioni e ulteriori significati si approfondiscono in un secondo momento.

 

La Sirenetta (1989 – 28° Classico Disney)

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Eccoci di fronte a una storia simbolica ed “ermetica”, tutta basata sulla contrapposizione e il ricongiungimento di alto e basso, aria e acqua, vita manifesta-visibile-esteriore (la superficie) e vita nascosta-segreta-interiore (il fondale marino).

Questi due mondi non comunicano e, mentre gli abitanti degli abissi sanno degli abitanti della terra, questi ultimi non sospettano dell’esistenza dei primi.

Ariel, giovane e curiosa, intuitivamente attratta dal mondo umano, desidera conoscerlo ed esplorarlo, e ci riesce solamente disobbedendo a suo padre, che assolve il compito di guardiano della soglia.

La sirena riesce a sperimentare la vita umana grazie al patto magico con Ursula; una scorciatoia facile ma insidiosa, che non può costituire la soluzione proprio perché non presuppone alcuna trasformazione interna da parte degli individui che ne prendono parte. Il prezzo di questo “trucco” è alto: durante il breve “esilio” di Ariel nel mondo umano, lei è priva della voce, come a indicare che non c’è modo di parlare del mondo interiore, né di conoscerlo, finché esso e il mondo esteriore non sono realmente congiunti.

Tuttavia, il personaggio che alla fine della storia attua questo ricongiungimento non è Ariel, ma bensì il vero protagonista di questo racconto esoterico: il re Tritone.

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L’energia maschile non matura è rigida, e ha una reazione violenta e repressiva quando si trova di fronte a qualcosa che percepisce come pericoloso.

Infatti, il vero messaggio del film ruota attorno alla trasfigurazione dell’archetipo maschile. Inizialmente dispotico, repressivo, autoritario e patriarcale, compiaciuto e rassicurato dal controllo che esercita su tutto e tutti, incontra nella disobbedienza di Ariel una fonte di turbamento in grado di mandare in frantumi le sue certezze precostituite e i suoi pregiudizi verso gli esseri umani. La preoccupazione nei confronti della figlia lo costringe a mettere in secondo piano i suoi assunti dogmatici, nonché a prendere atto che la costrizione non funziona e che la paura non può impedire il verificarsi ciò che temiamo.

Alla fine del film, dopo aver constatato il coraggio di Eric e avuto prova della profondità del legame tra lui e Ariel, è proprio Tritone a rendere umana sua figlia, congiungendo così il popolo del mare a quello della terra, il regno interiore e quello esteriore, i quali da quel momento divengono coscienti delle rispettive esistenze e simbolicamente uniti dai due innamorati.

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Solo riconoscendo e integrando è possibile l’incontro tra due mondi.

Il Re Leone (1994 – 32° Classico Disney)

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Capolavoro indiscusso, divenuto (a pieno merito) un’icona nell’immaginario popolare, famoso per la meravigliosa ed evocativa colonna sonora composta da Hans Zimmer ed Elton John (la pellicola ottenne due Oscar per la musica e il Golden Globe per il miglior film commedia o musicale), e anche per essere il primo film Disney con un cast di soli animali.

Il Re Leone è forse l’unico film che rende esplicito e inequivocabile l’intento di trasmettere messaggi filosofico-spirituali e rivolti palesemente all’interiorità dell’individuo. Questo avviene soprattutto attraverso il personaggio di Rafiki, il mandrillo-sciamano (che incarna l’archetipo del mago e del saggio), ma anche grazie agli insegnamenti di Mufasa e alle riflessioni ed epifanie dello stesso Simba adulto.

Si tratta di un film sulla fuga (prima) e il superamento (poi) delle ferite antiche, nonché sull’importanza della responsabilità individuale ed è, in termini generici, la storia psichica di ognuno di noi. In questo senso, la trama de Il Re Leone ricorda per certi versi l’epica indiana del Mahabharata, in cui due fazioni di cugini (i virtuosi da una parte, gli usurpatori al trono dall’altra) si contendono la sovranità del regno. E, proprio come il Mahabharata, è il film Disney che più trabocca di aforismi, massime filosofiche e insegnamenti etico-metafisici, che veicolano un messaggio tutt’altro che banale.

Entrando nel simbolo vero e proprio:

  • Simba rappresenta il vero io, quello più autentico e genuino, l’unico che ha il potenziale per regnare la propria vita, ma le ferite che ha subìto in gioventù gli hanno fatto dimenticare la sua identità e gli impediscono di manifestare il suo potenziale.
  • Scar rappresenta il falso io, prodotto dalle frustrazioni subìte e dai condizionamenti ricevuti, che desidera il potere senza tuttavia le responsabilità che esso comporta, e che quindi boicotta il vero io instaurando un regno che ricerca la gratificazione spicciola, con il risultato a lungo termine di ottenere disequilibrio, desolazione e rovina.
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Il falso io, grazie alla manipolazione, usurpa l’eredità e il ruolo del vero io, cercando (senza successo) di ucciderlo, ma riuscendo solo a esiliarlo.

Scar riesce, grazie a una manipolazione resa possibile dalla fiducia di cui gode (è fratello del re) e dalla curiosità di Simba, a mettere in pericolo quest’ultimo e a causare la morte di Mufasa, il quale stava cercando di salvare suo figlio. A questo punto la psiche del piccolo Simba, l’io bambino e innocente, viene dapprima scossa alle fondamenta per l’inaspettata morte del padre, e quindi profondamente ferita e lacerata dallo zio Scar, il quale, grazie a un’abile dialettica, riesce a convincerlo di aver causato la morte del re. Simba, terrorizzato e oppresso dal senso di colpa, segue il consiglio dello zio ed è costretto alla fuga.

Salvo per miracolo, autoesiliatosi dal regno che gli spetterebbe di diritto, si ritrova a vagare nel deserto, senza trovare cibo né acqua e senza motivazioni per vivere, fino ad accettare con rassegnazione l’idea della morte. Qui viene però salvato e “adottato” grazie all’intervento di Timon e Pumba, che idealmente rappresentano quei meccanismi psichici di sopravvivenza e autodifesa che vengono attivati quando riceviamo una ferita più profonda di quanto riusciamo a sostenere, al fine di evitare il tracollo generale dell’apparato psicofisico e permettere così una possibilità di guarigione.

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Il vero “io” dimentica la sua natura barricandosi nella propria zona di confort, forte del fatto che questa condizione gli permette di vivere serenamente e di non soffrire.

Facendo proprio l’atteggiamento che Timon e Pumba sintetizzano con il mantra “Hakuna matata” (“senza pensieri”), Simba accetta di essere creduto morto dal suo branco e si rinchiude così nella sua nuova zona di confort, un rifugio sicuro, senza pericoli, senza responsabilità, senza rischio di sofferenza… e vi rimane per molti anni, sempre guidato e istruito da quei meccanismi che gli hanno salvato la vita e che, in effetti, gli stanno consentendo un’esistenza pacifica e tranquilla.

Questo provoca un inevitabile annichilimento e regressione della maturità e del potenziale di Simba, tant’è che la sua psiche raggiunge una sorta di stadio larvale: non a caso, pur essendo il nobile re degli animali, cresce nutrendosi di insetti e larve.

L’incontro con Nala, da adulto, gli ricorda che gli spetterebbe il governo di un regno, ma preferisce accontentarsi di ciò che ha, in quanto è convinto di non meritare il regno e di non esserne all’altezza. E in effetti è proprio così, giacché ha dimenticato il suo ruolo nel mondo, inibendo le sue facoltà e limitando il proprio potenziale in modo da poter rimanere all’ombra e al riparo da altre ferite che potrebbero farlo soffrire nuovamente.

La vera svolta avviene in seguito all’incontro con Rafiki che, preso atto della sopravvivenza di Simba grazie alle propria percezione sviluppata, gli fa visita con lo scopo di rimetterlo in contatto con quella parte di lui che per così tanto tempo aveva represso e dimenticato. Lo porta ad avere una visione del padre, il quale gli ricorda la sua vera natura e la futilità della fuga dal passato.

– Simba! Mi hai dimenticato…

– No! Come avrei potuto?

– Hai dimenticato chi sei e così hai dimenticato anche me. Guarda dentro te stesso, Simba: tu sei molto più di quello che sei diventato, e devi prendere il tuo posto nel cerchio della vita”

– Come posso tornare? Non sono più quello che ero!

– Ricordati chi sei. Tu sei mio figlio… e l’unico vero Re. Ricordati chi sei…

Dopo questa rivelazione, Simba accoglie la responsabilità di un ruolo che capisce essere parte integrante di sé, connaturato alla sua stessa natura, e che in quanto tale non può più essere ignorato né misconosciuto.

Il falso io rivela la sua natura autentica, ma così facendo permette al vero io di rivendicare il proprio massimo potenziale e di sconfiggere l'usurpatore.

Il falso io rivela la sua natura autentica, ma così facendo permette al vero io di rivendicare il proprio massimo potenziale e di sconfiggere l’usurpatore.

Torna quindi al branco e affronta apertamente lo zio usurpatore, il quale, durante lo scontro che ne origina, in procinto di dare il colpo finale a Simba, gli rivela la propria responsabilità circa la morte di Mufasa. Questa rivelazione fa sì che gran parte dell’energia emotiva di Simba, fino a quel momento impegnata nel conflitto interiore dovuto al senso di colpa, venga liberata improvvisamente. Solo in questo momento Simba realizza e manifesta la pienezza del suo vero potenziale. Trovandosi per la prima volta in vita sua con la totalità delle proprie forze a disposizione, le utilizza per compiere un balzo “innaturale” e a ribaltare così le sorti del conflitto, sconfiggendo Scar.

Nel finale, Simba risparmia Scar in quanto ormai il conflitto è risolto, e non sente il bisogno di porre fine alla sua vita. In seguito al tentativo dello zio di assalire Simba alle spalle, quest’ultimo respinge il suo attacco facendolo finire in mezzo alle iene, che lo sbranano, avendo egli cercato in precedenza di dar loro la responsabilità di quanto accaduto.

Questo significa che la questione centrale della storia non consiste nella lotta tra le parti, ma nella ricerca di sé. Lo scontro è collaterale, ma non è mai il tema né l’obiettivo primario. Quando il vero io ritrova la sua vera identità facendo cessare il conflitto interiore, allora non ha più bisogno di combattere il falso io, poiché esso si estingue spontaneamente in seguito al cessare della sua funzione di antagonista.

Le Follie dell’Imperatore (2000 – 40° classico Disney)

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L’ironia travolgente di questo film, forse il più nonsense e demenziale dell’intero catalogo disneyano [NdA: personalmente potrei guardarlo all’infinito senza stancarmi, complice anche il magistrale doppiaggio in italiano], ne rende molto sottile, ma tutt’altro che assente, la portata metafisica.

Come nel caso del Re Leone, anche qui ci troviamo davanti a un regnante vittima di un complotto, che dovrà riconquistare il suo status originale in seguito a un difficile e pericoloso viaggio che inevitabilmente trasformerà la sua indole.

L'io, per ritrovare il suo status originale, dovrà per forza di cose uscire dalla zona di confort e imparare la fiducia e l'attenzione nei confronti degli altri.

L’io, per ritrovare il suo status originale, dovrà per forza di cose uscire dalla zona di confort e imparare la fiducia e l’attenzione nei confronti degli altri.

L’imperatore Kuzco, tuttavia, in questo caso incarna inzialmente le caratteristiche di Scar: si tratta di un giovane monarca viziato e capriccioso, dedito unicamente a sé stesso, che abusa del proprio potere e che si disinteressa di chiunque altro. Il suo esilio è anche più umiliante e degradante rispetto ai protagonisti degli altri film: viene trasformato nientemeno che in un animale, uno smacco notevole per un personaggio che, inizialmente, pare nient’altro che un concentrato di superbia, orgoglio e vanità.

La trasformazione in lama e il viaggio di ritorno, con tutti gli imprevisti del caso, gli farà prendere atto della sua condizione di solitudine, causando una progressiva apertura e metamorfosi interiore che lo renderà sempre più capace di affetto ed empatia.

Frozen (2013 – 53° classico Disney)

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Dietro a tinte pastello, brani per lo più insulsi e a una patina zuccherosa (comunque giustificabile: è pur sempre un film rivolto ai bambini), in Frozen si nasconde una bellissima storia iniziatica che culmina nella scena più famosa del film:

Pare che l’intera sceneggiatura di Frozen sia stata costruita attorno a questa canzone. La vera potenza di questo brano consiste nel fatto che esso rappresenta il riconoscimento, l’accettazione e l’integrazione delle proprie potenti zone d’ombra. Alcuni passaggi sono palesi e non necessitano di commenti:

D’ora in poi lascerò che il cuore mi guidi in po’,
scorderò quel che so e da oggi cambierò.

Non è un difetto, è una virtù,
e non la fermerò mai più.
Nessun ostacolo per me, perché…

…d’ora in poi troverò la mia vera identità,
e vivrò, sì, vivrò, per sempre in libertà.
Se è qui il posto mio, io lo scoprirò.

Infatti, al di là della storia e della maturazione di Anna tramite le varie vicende che attraversa, il vero protagonista “esoterico” è il personaggio di Elsa che, durante il film, sperimenta una vera e propria iniziazione alchemica dispiegata nelle sue tre fasi tradizionali:

  • Nigredo (morte): Elsa trascorre tutta l’infanzia e l’adolescenza segregata in casa nel tentativo di reprimere e nascondere il suo potere. Questo accade fino al rito della sua incoronazione a regina, al termine del quale il potere le sfugge di mano, “esplodendo”, rivelando la sua natura e causando la sua “morte” simbolica (i paesani la considerano una strega e ne auspicano la cattura e l’esecuzione).
  • Albedo (purificazione): Elsa è costretta a fuggire, sia per la paura nutrita dai paesani, sia dalla propria paura di ferire qualcuno (infatti, è ancora tormentata per avere quasi accidentalmente ucciso la sorella con la sua magia, quando erano bambine). Durante il suo esilio decide di accettare e manifestare la propria natura: dà libero sfogo al suo potenziale edificando un enorme palazzo di ghiaccio e trasfigurandosi fisicamente. Nonostante riesca a padroneggiare parzialmente il suo potere, esso ancora la sovrasta: ha infatti inizio un inverno perpetuo che rischia di assiderare l’intera città, e lei non è in grado di fermarlo.
  • Rubedo (sublimazione): Elsa, senza volerlo, ferisce di nuovo la sorella (giunta al suo palazzo con lo scopo di farle cessare l’inverno perpetuo), questa volta in modo letale: il ghiaccio è penetrato nel suo cuore e solo un atto d’amore potrà salvarla da una morte gelida che la trasformerà in una statua di ghiaccio. Alla fine del film, sarà l’abbraccio di Elsa alla sorella a sciogliere l’incantesimo e al contempo a far terminare l’inverno perpetuo; in seguito alla comprensione che l’amore era tutto ciò che le mancava, Elsa ottiene pieno controllo del suo potere e torna così al suo ruolo di regina, questa volta riconosciuta e apprezzata dai sudditi.

Concludendo

Tutte queste storie, come abbiamo visto, sono accomunate da una progressione simile:

  • il protagonista (un regnante o un erede al trono) non sa chi è;
  • subisce o si impone un esilio;
  • al termine, supera una prova inziatica;
  • scopre infine la sua vera identità;
  • risolve il conflitto che aveva generato il suo esilio;
  • prende a vivere in modo conforme all’identità ritrovata, tornando da dove era venuto o cominciando una nuova vita altrove.

Si tratta sempre della stessa proto-storia che da millenni viene declinata in tutte le forme possibili e immaginabili (con tutte le varianti che possono avvenire in seguito a una diffusione globale), che si è manifestata nel mito, e su cui sono fondate anche le maggiori religioni e tradizioni spirituali.

È bene esplicitarlo: tutta questa interpretazione esoterica è, naturalmente, una chiave di lettura personale dell’autore. Non ci è dato sapere se qualcuno abbia sviluppato trame con lo scopo intenzionale di veicolare i messaggi descritti in questo articolo; è altresì possibile che questi archetipi siano impressi in profondità nell’inconscio collettivo, e che abbiano passivamente fornito quella dose di ispirazione simbolica che sta alla base di queste e molte altre storie, tutte (per l’appunto) molto simili per struttura, dinamiche e allegorie.

Non affrettiamoci quindi a ridurre questi prodotti (che, al di là di qualsiasi sottotesto nascosto o morale conclamata, artisticamente sono e rimangono dei capolavori dell’animazione) a banale intrattenimento per bambini. Dietro alle tinte pastello, a un umorismo talvolta infantile e alla glassa del lieto fine, c’è molto di più: basta avere la curiosità di scoprirlo.

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