ALCUNE DELLE RESISTENZE INTERIORI CHE IMPEDISCONO LA NOSTRA REALIZZAZIONE

di Aurora Coletto

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A seconda del nostro background e del tipo di professione che svolgiamo, diversi possono essere i fattori che remano contro la nostra realizzazione personale.

Per esempio: provate un senso di colpa all’idea di possedere o di guadagnare più degli altri? Temete che gli altri si accorgano che avete più di loro e che, per questo, possano smettere di amarvi o amarvi di meno, oppure invidiarvi o addirittura odiarvi? Fateci caso, giacché il senso di colpa per il fatto di possedere o guadagnare più degli altri è un grosso ostacolo alla manifestazione della ricchezza materiale nella nostra vita.

È ben ardua impresa prendersi lo spazio che sentiamo spettarci di diritto quando possederne più dello stretto indispensabile può minacciare l’ottenimento dell’amore, dell’approvazione e del riconoscimento da parte degli altri. Ci lamentiamo che guadagniamo poco o abbiamo poca sicurezza materiale, ma ci manca il coraggio di ammettere che siamo noi a non voler correre il rischio di affrontare le conseguenze che prenderci ciò che è nostro di diritto potrebbe generare.

Dietro ad ogni sofferenza c’è sempre qualche convenienza. È la lealtà verso i nostri cari o verso noi stessi: sapendo bene quanto si soffre a possedere poco, perché magari da piccoli abbiamo sofferto per il fatto che ci sono state negate molte cose (anche solo per credenze educative), o abbiamo visto i nostri genitori compiere enormi sacrifici per darci un futuro, non potremmo sopportare la responsabilità di causare agli altri la stessa sofferenza che abbiamo provato noi stessi per primi. Non potremmo sopportare di infliggere agli altri la stessa ferita che crediamo sia stata inflitta a noi.

Nel caso del lavoro autonomo in casa: avete mai considerato la possibilità che il vostro cervello ancestrale non concepisca come vero lavoro un’attività svolta in casa perché da piccoli avete sempre visto i vostri genitori uscire di casa per lavorare?

Se così fosse il lavoro svolto dentro le mura domestiche per il vostro inconscio NON SAREBBE UN VERO LAVORO.

Questo ragionamento potrebbe valere per tutti quei lavori un po’ sui generis non facilmente inquadrabili proprio perché si distaccano completamente dalle classiche mansioni definite come “lavoro”, e così, per i condizionamenti ricevuti dalla famiglia, dalla scuola e dalla società, noi stessi fatichiamo a considerarle veri lavori, con tutte le conseguenze del caso.

Se svolgete un’attività in casa, per l’inconscio significa che non state lavorando e, siccome a molti di noi è stato insegnato “prima il dovere e poi il piacere” e che dovevamo guadagnarci i “piaceri”, se non state lavorando non state facendo il vostro dovere e, di conseguenza, non avrete diritto al piacere (godersi momenti di svago e divertimento col denaro guadagnato). Ma dal momento che voi per primi non lo ritenete una vera occupazione, nessuno sarà disposto a pagarvi più di tanto per qualcosa che vivete come un hobby, quindi non arriverà sufficiente denaro con cui godersi il piacere, non almeno da quella fonte e comunque con sensi di colpa più o meno accentuati.

Infatti molte sono le persone che provano un costante, sottilissimo e silenziosissimo senso di colpa tutte le volte che si divertono e stanno bene, ma sentono che in fondo non se lo sono guadagnate, e finiscono così per godere sempre a metà o addirittura non godere affatto, magari autosabotandosi.

Dobbiamo, inoltre, stare anche attenti in generale a non cadere nella spirale della lamentela, dal momento che attiriamo e otteniamo tutto quello che respingiamo con forza, e questo vale anche per chi svolge una professione da dipendente.

La risposta è assolutamente logica. Non solo la lamentela è una lenta e inesorabile fuoriuscita di energia, ma rappresenta la scelta (più o meno consapevole) di perpetuare quella stessa realtà di cui ci si sta lamentando.

In questo senso si può affermare che la sofferenza produce insofferenza, e provare insofferenza attira sofferenza. Chiaro il messaggio? Perciò lamentarsi del proprio capo, dei propri colleghi, del carico eccessivo di responsabilità, ecc… e raccontare spesso e volentieri quanto siano insopportabili e quanto siamo esausti non fa che alimentare il problema rendendolo potenzialmente infinito. Ciò che possiamo fare di utile per noi stessi è osservare il fastidio che la situazione ci fa provare, prenderne atto e scegliere di non lamentarci, ma valutare invece se è possibile fare qualcosa di pratico per migliorare la situazione. 

Ultimo, ma assolutamente non meno importante: la percezione del proprio valore.

Se una persona ha guadagnato il nostro rispetto, stima e/o affetto, divenendo per noi UN’AUTORITÀ (il padre, la madre, il datore di lavoro e spesso anche il partner), spesso ottiene anche il POTERE DI DETERMINARE IL NOSTRO VALORE e il nostro essere (o non essere) DEGNI DI RICEVERE.

Abbiamo bisogno di questa figura che rappresenti l’autorità, abbiamo bisogno di sentirci in qualche modo importanti per lei tentando di compiacerla per vedere da essa confermato il nostro valore attraverso delle forme di RICONOSCIMENTO (parole, gesti, atteggiamenti).

Una parte di noi spesso dà per scontato che l’autorità sappia meglio di noi ciò che è GIUSTO, ciò che è VERO, ciò che è BUONO e BELLO.

E quella parte di noi non pensa neanche per un istante di mettere in discussione quanto l’autorità afferma (con parole/gesti più o meno espliciti o diretti) sul nostro conto.

Una parte di noi prende ciò che le arriva da questa autorità come verità assoluta.

Ciò avviene perché NON RITIENE DI ESSERE ABBASTANZA [brava, meritevole, virtuosa, o qualsiasi aggettivo positivo] PER POTERSI ASSEGNARE DA SOLA UNA DEGNA VALUTAZIONE.

mamma-lavoratrice1Siamo alla costante ricerca di riconoscimento esterno del nostro valore che, sistematicamente, ci viene negato, nonostante i nostri sforzi. A volte sembra che più ci sforziamo, meno otteniamo. Perché?

Apro una piccola parentesi: molti di noi, le donne in particolare, legano molto il valore al “fare”, perciò si è convinti che più si fa, più ci si impegna, più ci si “dà dentro”, più il proprio valore verrà riconosciuto. Purtroppo però non sempre e così e a volte ci spingiamo troppo in là nel tentativo di dimostrare che valiamo, chiedendo troppo al nostro corpo che, estenuato, a un certo punto sarà obbligato a fermarsi (e di conseguenza, fermarCI), per esempio con una bella lombalgia che ci costringerà a letto per giorni. Questo è uno dei tanti segnali che il corpo ci dà per tentare di farci comprendere che stiamo sbagliando strada, che il nostro modo di ragionare è fallace. Non è “dandoci dentro” e arrivando allo stremo delle forze che ci guadagneremo il riconoscimento del nostro valore da parte degli altri. Non è così che ci guadagneremo il diritto di esistere.

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Se il nostro titolare (che magari non si è guadagnato la nostra stima, il nostro rispetto, o affetto, ma al quale comunque dobbiamo rispondere delle nostre azioni e quindi di fatto resta un’autorità per noi) ci dice che siamo lenti, che non siamo abbastanza efficienti, possiamo in qualche modo tentare di rimediare, anche se in genere più ci sforziamo di cambiare i risultati, più ci stressiamo senza ottenere cambiamenti significativi nelle valutazioni altrui.

Un esempio più astratto di valutazione negativa: quando le persone per le quali vorremmo sentirci importanti non ci danno le attenzioni, il rispetto, ecc… che vorremmo, indirettamente sentiamo di non valere abbastanza, altrimenti riceveremmo ciò che desideriamo.

mirror_reflectionNessuno, però, in questo caso ci muove un giudizio negativo apertamente (“Sei lento!”), ma siamo noi stessi che ce lo assegnamo giungendo a conclusioni affrettate, deducendo dal comportamento dell’altro la nostra mancanza di valore.

Il giudizio non parte neanche dall’esterno: ce la facciamo e ce la diciamo da soli. Pensiamo: “Se io valessi abbastanza lui/lei mi darebbe tot, o si comporterebbe diversamente. E invece non mi dà quanto vorrei o non si comporta come dovrebbe, per cui io non valgo abbastanza”.

Diamo per scontato che l’altro ci dia in proporzione al nostro valore, ma non ci fermiamo mai a chiederci: “E se le attenzioni che l’altro mi dà non dipendessero da quanto valgo, ma da altri fattori indipendenti da questo?”. Se così fosse, potremmo valere tutto l’oro del mondo e continueremmo comunque a non ricevere alimentando all’infinito la nostra frustrazione e annientando quel poco di autostima che invece magari abbiamo.

Il punto è che NOI NON SIAMO QUEL CHE RICEVIAMO.

Noi SIAMO. Punto.siamoSmettiamo di permettere alla quantità di affetto, attenzioni, riconoscimenti di vario tipo e, sì, ANCHE ALLA QUANTITÀ DI DENARO, di determinare quanto valiamo.

Ricevo o non ricevo a prescindere dal mio valore intrinseco.

RICEVO NELLA MISURA IN CUI IO, e io soltanto, HO GIÀ RICONOSCIUTO IL MIO VALORE.

La nostra verità è sacra e dobbiamo essere i primi a riconoscerla e rispettarla se vogliamo che anche gli altri la riconoscano e la rispettino.

Buon lavoro a tutti.

 

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