di Daniela Coin

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La sofferenza esiste e noi non possiamo decidere di sottrarci dal possederla e viverla.
Si sente spesso in giro dire il contrario. Sento spesso dire che la sofferenza nasce dal nostro opporsi all’andamento del presente continuo, dal pretendere che le cose vadano come noi ci aspettiamo che vadano. Dalla dualità. Che la sofferenza non esiste, che è finzione, che siamo stati creati tutti per essere sani e felici e che soffrire è frutto di un’illusione. Si parla quasi sempre di sofferenza credendo che questa prima (prima quando?) non ci sia e poi nasca all’improvviso come frutto di un’azione che avviene nello spazio o anche solo da un’idea.
Ebbene io sostengo il contrario. Sostengo che siamo esseri umani in grado di gioire e di soffrire, ovvero che abbiamo la facoltà di farlo. Sostengo quindi che la sofferenza esista e che sia, come qualsiasi altra qualità, a nostra disposizione; sostengo che faccia parte dell’uomo e della vita in genere, così come ne fanno parte la gioia, l’intelligenza e qualsivoglia altra qualità (nelle qualità includo anche quello che comunemente viene definito difetto). Ritengo che la sofferenza sia una qualità, che abbia un significato molto profondo e che sia fondamentalmente abbastanza inutile cercare di fuggire da essa. Infatti, potremmo forse fingere di non soffrire nel caso in cui venisse a mancare, ad esempio, nostro figlio o la persona che amiamo? Possiamo forse non soffrire nel vedere delle creature innocenti, vittime di abusi?

La sofferenza in molti casi viene enfatizzata ma non per questo va rinnegata e va creduto che questa non esista. Credere che la sofferenza non esista e pensare di essere sbagliati nel provarla, credere che esista una realtà priva di sofferenza, è la sofferenza stessa.

La sofferenza andrebbe considerata, al pari di tutte le altre emozioni, come una spezia della nostra vita. Una delle più saporite. La sofferenza è una guida. E’ una qualità, un dono.
E’ come avere sul fuoco una zuppa e mettersi di fronte alla dispensa delle spezie, avendole tutte a disposizione. Ci sono tantissimi semi, foglioline, radici, scorze; c’è tutto nella nostra dispensa. C’è il sale che la rende saporita, il pepe che la rende vivace e il peperoncino che la rende hot; c’è l’aglio che le dona sapore e il cumino che le conferisce freschezza. Prezzemolo a colorarla di verde speranza e cannella per palati raffinati. Ma non scordiamoci della cipolla, capace di farci piangere. Ebbene, siamo di fronte a questa zuppa e scegliamo, fra tutti quei barattolini di spezie, quale aggiungere alla zuppa di oggi.
Nessuno ci impedisce di condirla sempre con la stessa spezia, siamo noi a scegliere. Ma è bene sapere, per non creare disordini a livello psicofisico, che la nostra dispensa contiene tutto e che tutte le dispense nascono con le stesse spezie, ovvero: nasciamo tutti con le stesse potenzialità e la possibilità di usare una spezia o un’altra e siamo noi e solo noi a deciderlo.
Gli eventi richiedono infatti un sentimento diverso a seconda del momento e della situazione che stiamo vivendo.
E’ per questo che dico: non costringiamoci a fingere di non possedere tutti gli ingredienti per condire la nostra vita e non cerchiamo di svuotare la nostra dispensa da quelle spezie che, secondo le nostre idee, non sono buone. Magari oggi non ci piacciono e domani diventeranno per noi le più buone ed indispensabili o semplicemente quelle più appropriate per quel momento. Tutto sta a capirne l’uso e gli abbinamenti. Non possiamo liberarci delle emozioni, perché le emozioni sono frutto del pensiero e il pensiero non è una cosa orribile e dannosa che va fuggita attraverso le più disparate pratiche di meditazione, o assumendo droghe e qualsivoglia altra sostanza affine. La sola qualità utile che è a nostra disposizione è l’osservazione. Noi possiamo solo imparare a conoscere la realtà e quindi, senza paura, ad utilizzarle sapientemente le nostre qualità senza disprezzarle perché ognuna di esse ha un enorme significato per tutti noi e per quello che siamo in questo preciso momento, che è il solo possibile da vivere.

In altre parole, il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di arrivare a non provare tristezza, paura, rabbia; rifiutarle le rafforza e non ci libera da esse, come spesso crediamo. E’ assai più opportuno acquisire una sufficiente conoscenza di noi stessi, liberarsi dalla paura e dai condizionamenti che la alimentano, quindi acquisire sicurezza e tranquillità di fronte agli eventi, in modo da poter decidere quale sia la qualità migliore da utilizzare in quel preciso momento. Se la situazione lo richiede, essere tristi, piangere sinceramente e provare dolore vero non significa essere deboli o poco illuminati, stupidi o inetti. L’illusione che i così detti illuminati non soffrano, non litighino e siano più felici di altri è più un mito che altro; gli esseri umani sono esseri umani e tutti con la stessa “dispensa emotiva” a libera disposizione. Un certo grado di sincerità, visione aperta e obiettiva, aiutano l’individuo a padroneggiare le situazioni di vita e scegliere con coscienza di causa quale sia l’ingrediente migliore e più adatto in quel momento. Quando invece siamo lontani da noi stessi, quando ascoltiamo la mente e le crediamo, quando rincorriamo i pensieri senza criterio e veniamo da essi condizionati senza prendere attivamente parte a quello che accade al nostro interno, siamo di fatto decentrati da noi stessi, siamo fuori dal nostro essere e vediamo la realtà attraverso filtri irrazionali del momento che la dipingono, creandoci un quadro surreale rispetto a come è la realtà. In questi stati di distrazione non si vede correttamente e si rischia, sempre per ritornare alla nostra amata zuppa, che alcuni barattoli di spezie a caso cadano rovinosamente nella zuppa, combinando chissà quale miscuglio insensato di colori ed odori che finirebbero certamente per alterare la pietanza. Ecco così che diremo “Questa zuppa fa schifo!” quando invece il problema non sarà mai la zuppa in sé ma l’errato uso delle spezie che noi, con estrema superficialità, avremo adottato.

Sarebbe dunque auspicabile, attraverso la sola osservazione attenta e sincera dei gesti che ogni momento compiamo, capire chi siamo e vedere cosa facciamo, al fine di essere liberi di manifestarci per quello che siamo e di esternare quello che abbiamo dentro senza giudizio. Possiamo conoscere ciò che siamo e vivere senza timore le nostre emozioni invece che farci guidare da esse in quanto non ha nessun senso, giacché le emozioni sul corpo vengono veicolate dal pensiero della mente, vivere come dei fantocci che si fanno condurre da pensieri a caso senza controllo. Il pensiero è uno strumento, noi invece crediamo di essere il pensiero, di essere quella cosa che pensa. Il pensiero va osservato, conosciuto e usato con criterio, non subìto.