di Matteo Camorani

L’amore, amore mio, è questo non sapere
e non volere niente di più al mondo…

timone

La sconfinata vanità dei ricercatori spirituali

Quanta energia spendiamo quotidianamente nel disperato tentativo di manipolare la realtà, cercando compulsivamente di farla assomigliare il più possibile alla nostra immagine di come tale realtà dovrebbe essere, e struggendoci quando questo non accade?

È un meccanismo talmente automatico che non riusciamo nemmeno a rendercene conto. Una parte di noi (quella con cui ci identifichiamo quasi sempre) è costantemente impegnata a produrre immagini e parametri con cui valutare ogni aspetto del nostro vissuto quotidiano. E, con altrettanto zelo, vivisezioniamo e analizziamo ogni evento, esperienza o persona alla ricerca di cosa vada bene e cosa no. Questa lotta incessante, come un vortice senza fondo, assorbe la maggior parte delle nostre energie quotidiane.

A ben guardare, il desiderio di controllo non è altro che il bisogno spasmodico di ricondurre tutto a una dimensione razionale in grado di essere compresa e inquadrata dal nostro impauritissimo corpo mentale.

Proprio perché ci identifichiamo pressoché totalmente con esso, mossi dalla sua stessa paura (che viviamo come fosse nostra), ci convinciamo che ottenere potere sugli eventi della vita potrà darci sicurezza. E chi dispone di questo potere? Chi raggiunge livelli di consapevolezza elevata, ovviamente. Questo è ciò che comprendiamo dagli antichi testi e dai maestri di qualsiasi tradizione spirituale, filosofica o esoterica del mondo.

Comincia così la rincorsa della fantomatica e agognata “illuminazione”. Non siamo certo dei buddha, dei “liberati in vita”, e in fondo lo sappiamo bene… ma ci piace atteggiarci come se lo fossimo. Ci piace emulare il modo in cui i “liberati” pensano. In un certo senso, ne abbiamo bisogno. E così, senza neanche concederci il beneficio del dubbio, crediamo ciecamente a tutto ciò che pensiamo e sopravvalutiamo enormemente la nostra capacità percettiva. Ci convinciamo di avere una visione totale e di essere pienamente capaci di assecondare il nostro stesso bisogno di ottenere risposte e di attribuire un senso alto agli eventi.

Ma purtroppo un simulacro non è la verità, e così, nella maggior parte dei casi, ciò a cui attribuiamo la responsabilità degli eventi non è mai ciò che, a livello profondo, causa gli eventi stessi.

Si dice che il controllo sia il mezzo attraverso cui si manifesta la volontà, ma spesso “volontà” è solo un modo forbito per riferirsi a un qualche meccanismo inconscio su cui “noi” (cioè, la nostra parte razionale) non abbiamo nessun controllo. Abbiamo facoltà di tentare, ma non quella di predeterminare in modo cosciente l’esito.

La parabola dell’ingenuo marinaio

Immaginiamo un gruppo di marinai un po’ sprovveduti, all’oscuro delle più elementari leggi di fisica naturale, i quali non sospettano minimamente che la nave si muova grazie alla spinta impressa dal vento sulle vele.

Bene: i membri di questa ciurma, inesperti ma molto sicuri di sé, notano che girando il timone la barca cambia direzione. Osservando questo fenomeno giungono quindi a un’ovvia conclusione, convincendosi ingenuamente che il movimento del timone causi la modifica delle correnti.

Fortunatamente noi non siamo quei marinai e sappiamo bene di non avere alcun controllo sulle correnti. Lo sappiamo, no?

Eppure, troppo spesso scivoliamo in questa ingenuità. Non riusciamo a percepire l’autentica misura di noi stessi e quindi ci arrocchiamo in castelli di esoterismo altisonante, ci appelliamo a indimostrabili leggi cosmiche, ci fregiamo di straordinarie capacità extrasensoriali, ricorriamo a qualsiasi cosa pur di attribuirci il potere e sentirci importanti. Lo ricerchiamo affannosamente, convinti che una volta raggiunto potremo far cessare il dolore… ma questo fantomatico potere è del tutto illusorio.

Torniamo alla metafora degli ingenui marinai. Certo, noi siamo l’origine, ogni cosa avviene dentro di noi e teoricamente, in ultima analisi, noi stessi siamo il mare; ma quanti di noi hanno una coscienza così sviluppata da poter asserire con piena cognizione di causa “io sono il mare”?

Ben pochi. Dunque, per il momento, occorre farsi un bel “bagno di realtà” e accettare il nostro status di marinai (vale a dire la nostra umanità, la fragilità, i limiti, tutto ciò che non è conforme all’immagine spirituale di cui vogliamo rivestirci), fino a che non capiremo che il nostro bisogno di capire è il solo ostacolo che si frappone tra noi e la comprensione e, quindi, la pace.

Che fare, dunque?

Chiediamoci prima di tutto cos’è il controllo.

Il controllo è il risultato di una sottomissione; è la conseguenza di una parte che ha privato l’altra della libertà a cui per natura avrebbe diritto. Da un punto di vista interiore si basa quindi su una scissione, ovvero un mancato riconoscimento della totalità di sé in favore di una “lotta tra le parti”. Paradossalmente, la maggior parte dei percorsi di consapevolezza è fondata su questo dualismo, e la procedura per ottenerlo è oramai uno standard collaudato da secoli:

  1. si opera la spaccatura creando due o più parti antitetiche (es. corpo e anima, istinto e ragione, cuore e mente, ecc.);
  2. ci si identifica con una di esse, dipingendola come più evoluta, e si tenta di ottenere controllo sull’altra;
  3. vengono elaborati i modi più disparati (dai più grezzi ai più raffinati) e infusa un’esorbitante quantità di energia al fine di ottenere tale controllo.

Un esempio su tutti: molte pratiche spirituali si pongono come obiettivo la capacità di fermare le mente, zittirne la voce, esercitare cioè un controllo cosciente sul flusso del pensiero. Peccato che, per quanto ci si sforzi di non pensare a nulla, alla lunga prevalga l’istinto e il chiacchiericcio mentale ricominci. Siamo pessimi praticanti, dunque? Affatto, è una cosa del tutto naturale: la mente opera per libere associazioni, è uno strumento funzionale che nasce per fornire soluzioni veloci ai problemi quotidiani e, in generale, per rispondere puntualmente alle esigenze pratiche della vita.

Pretendere di avere controllo sul flusso dei pensieri equivale al desiderio di privare la mente di un aspetto che le è intimamente connaturato. È come pretendere di avere controllo sul respiro o sul battito cardiaco. Sì, certo, abbiamo la capacità di trattenere il respiro o di rimanere in apnea per un po’, così come di rallentare le pulsazioni del cuore rimanendo immobili, ma il nostro raggio di azione è estremamente limitato. Esattamente come non possiamo fermare le pulsazioni cardiache o il respiro, non è possibile zittire la mente in quanto anch’essa svolge un ruolo imprescindibile per la nostra sopravvivenza di esseri in-carnati.

Ma non siamo impotenti: l’unica cosa che abbiamo il potere fare è smettere di identificarci con quello specifico apparato e con il suo prodotto. Se io smetto di identificarmi con il flusso dei pensieri, esso continua a scorrere proprio come in precedenza, con la differenza che ora non mi tocca più. Se lo accetto come parte di me, e non come mia totalità, posso integrarlo e situarmi al di là di esso. Il flusso mentale è esattamente uguale a prima, ma è la mia coscienza ad essere cambiata; la stessa differenza che c’è tra l’osservare un torrente da un’altura e il trovarsi in mezzo ai suoi flutti.

Insomma, nella maggior parte dei casi l’idea di “controllo” non è altro che il camuffato (e vano) desiderio di prendersi con la “forza” quello che non si ha il coraggio di riconoscere amorevolmente come parte di sé e di integrare al proprio interno.

E così nasce la convinzione che chi integra interno ed esterno, conscio ed inconscio, ottenga pieno controllo sui processi interiori e sugli eventi della vita. Questa convinzione è una stortura. Chi integra conscio ed inconscio non ha interesse nel controllare alcunché, semplicemente perché ha compreso che non c’è nulla da controllare, in quanto ha riunito tutte le parti in antitesi, ha cessato la lotta. Una simile persona è divenuta una cosa sola col flusso della vita. Non teme nulla, né dentro né fuori di sé, perché avverte nelle viscere che ogni cosa ha il suo senso e ragion d’essere, e la cosa buffa è che non ha il minimo interesse a capire quale sia, perché sarebbe un’informazione di nessuna utilità. Perché ciò che conta si trova già qui, e perché, in fondo, il bisogno di controllo nasce da un’irrazionale paura del presente e da un’incapacità di amarsi e di amare.

Proprio l’arrendersi, il gettare a terra le armi, è la chiave di volta. Non può esserci alcun desiderio né bisogno di controllo laddove c’è amore.

L’amore, amore mio, è questo non avere
e non cercare altro rifugio al mondo…

 

 

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