di Daniela Coin

 crisi lavoro

Lavoro in una struttura sanitaria, vedo pazienti tutto il giorno e molti si confidano con me. Mi raccontano che hanno perso il lavoro, che sono disperati. Intere famiglie nella disperazione, con bollette da pagare che sfiorano cifre di uno stipendio mensile di un comune impiegato, con figli da mandare a scuola, genitori e anziani che tramano rapine in farmacia o al supermercato. “L’azienda ha chiuso…” mi dicono quando chiedo le loro disponibilità per futuri appuntamenti “…non lavoro più, posso venire qualsiasi giorno e a qualsiasi ora“.

Alcuni di loro li vedo da vicino. Sono amici o parenti, più o meno prossimi. Si lasciano andare alla deriva, cadono in depressione, non reagiscono. Aspettano le che cose cambino, che qualcuno faccia qualcosa al posto loro. Quasi nessuno si mette alla ricerca di un nuovo lavoro. “C’è crisi!” mi dicono. Alcuni si rimettono in mano ai genitori (che non aspettavano che questo), altri si affidano al partner (così poi può rivalersi per mezzo di ricatti più o meno manifesti), quelli che non ce l’hanno ne cercano uno che li possa mantenere (questi sono i più furbi!). Qualcuno se ne va all’estero a fare il lavapiatti. Altri pregano. Qualcuno chiede in giro se per caso c’è qualche lavoretto da fare e poi, quando è il momento di lavorare seriamente, si tira indietro giustificandosi in mille modi. Non c’è fine al peggio. Il cambiamento verso il baratro è così lento che viene accettato come parte del gioco, come normale status di vita. Non parlo di tutti, sia chiaro, ma una grossa fetta si sta comportando in questo modo.

La depressione è stata pianificata a tavolino. Rendere il popolo restio a reagire, anche solo per guadagnarsi da mangiare, è stato un lavoro lungo e paziente ma ci siamo quasi. Ormai, come le rane nell’acqua bollente, siamo pronti a non reagire ed aspettiamo la morte.

Io osservo da fuori questo “movimento” di disoccupati e vedo solo tantissime persone che si trovano in quella precisa situazione proprio perché è esattamente quello che vogliono ed hanno sempre voluto, ovvero NON LAVORARE.

Mi spiego meglio. Ci sono due modi di non voler lavorare. C’è il modo di quello che non ha voglia di fare niente, che se ne sta davanti alla TV , o ai videogiochi, aspettando che il mondo finisca e c’è chi, semplicemente, desidera un lavoro degno di quello che crede razionalmente di essere. Desidera rendersi utile e desidera creare qualcosa. Specifico “crede razionalmente di essere” perché “credere di essere” è diverso da “Sentire di essere”. Quello che credo è quello che ho costruito con la ragione, è quel personaggio artefatto che porto in giro ogni giorno per mostrarlo agli altri. Quello che invece agisce sulla realtà, creandola per noi, è quello che invece ci ripetiamo nel subconscio. E’ quello di cui ci siamo convinti nel corso degli anni. E’ quella vocina che ci rende insicuri e pieni di paura. La maggior parte di noi, quando si ascolta, sente questo. Paura.

Alcuni hanno bellissime idee ma non le sanno concretizzare. E’ per questo che continuano a fare quel lavoro che a loro non piace! Un giorno o l’altro saranno pronti per fare qualcosa di grande e soddisfacente ma nessuno, nell’Universo, ti affida un compito degno ed importante, se il lavoro che svolgi oggi continui a farlo male! Altri trascorrono tutta la vita a fare malvolentieri il loro lavoro da impiegati, sognando scenari alternativi che non si realizzano mai. Alla base, come accennavo poco fa, c’è una grossa sfiducia in se stessi. Infatti, mentre compare il pensiero “Mi piacerebbe fare l’archeologo in Sud America”, dall’altra parte, inconsciamente, c’è il messaggio – che se sapete ascoltare lo potete sentire chiaramente – che vi dice “Tu non vali!” “Quella cosa è impossibile da fare!” “E se per caso poi non va bene e finisci in mezzo a una strada?” e con questa convinzione nessuno muove un muscolo. Grandi idee, grandi intuizioni, rimangono sopite in attesa che le riceva qualcuno in grado di metterle in opera.

La verità, e mi sembra evidente, è che nessuno vuole lavorare. La diretta conseguenza non è nient’altro che quello che stiamo vivendo tutti i giorni.

Ognuno di noi spinge con tutta la forza che ha (e senza rendersene neanche tanto conto) affinché il lavoro cessi, ed è un bene. Un giorno il lavoro, così come lo conosciamo, non esisterà più. Saranno le macchine a svolgere quasi tutti i lavori meccanici perché l’uomo risvegliato, uscito dalla meccanicità, saprà come gestire la vita. Avrà una visione d’insieme e metterà le macchine a fare il lavoro da macchine e, finalmente, comincerà a fare una vita da essere umano.

L’uomo risvegliato dipingerà, suonerà, giocherà, correrà e troverà il tempo per amare.

L’importante, in questo momento, è che ci rendiamo conto che sta accadendo esattamente quello che vogliamo. L’importante è che la finiamo di lamentarci e ci domandiamo che cosa vogliamo veramente, che cosa stiamo facendo di concreto per realizzarlo, quanto siamo aperti a ricevere le opportunità che ci vengono date. Le cose, poi, verranno da sé ma l’importante, in questo momento, è guardare noi stessi – anche se costa fatica assumersi la responsabilità di quello che accade- e domandarci se abbiamo o meno voluto quello che ci è capitato.

Alla base delle letture psicosomatiche delle cause di malattie ed avvenimenti, c’è proprio questo: cosa ottengo, che cosa ne guadagno, quale vantaggio traggo da questa situazione, anche se all’apparenza, o per buoncostume, mi sembra così orribile? Così, comprendendo il motivo per cui l’ho desiderata, posso anche risolverla. Se voglio.

Facciamocele queste domande. Facciamoci più domande possibili.

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“La povertà è una malattia, non qualcosa di cui andar fieri,

e si cura con la Fede nella Vita.”

Salvatore Brizzi

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Ciò che siete dentro è stato proiettato all’esterno, sul mondo; ciò che siete, ciò che pensate e sentite, ciò che fate nella vostra esistenza quotidiana, viene proiettato fuori di voi e va a costituire il mondo.
Jiddu Krishnamurti
(La ricerca della felicità)

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