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Anche l’autorevole sito Save our bones (Salviamo le nostre ossa) distrugge il mito del latte come buona fonte di calcio.

Da Harvard, Yale, Penn State e dal National Institutes of Health arrivano le conferme su ciò che sosteniamo da tempo: i latticini non solo sono inutili come portatori di calcio ma, addirittura, danneggiano le ossa!
La pubblicità ce lo mostra fresco, bianco, abbondante e puro ma, in realtà, questo alimento si traduce in caseina, pesticidi, ormoni e proteine animali acidificanti. Le correlazioni con asma, riniti, allergie, artriti e infiammazioni varie si moltiplicano e le nuove ricerche sulla nutrizione non fanno che confermarlo.

Si traduce anche in bieco sfruttamento nei confronti di alcune delle specie più bonarie e materne del pianeta, ovvero le mansuete mucche alle quali i fattori strappano i cuccioli appena nati affinché non succhino il latte che spetterebbe loro di diritto. Vengono quindi alimentati artificialmente e macellati dopo pochi giorni di vita, lontano dalla madre.

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Le “mucche da latte” sono mamme come le altre

Quando diciamo “mucca da latte”, tutti immaginiamo che questi animali producano “automaticamente” latte. Senza soffermarci a pensare alla somiglianza con la nostra stessa specie, visto che invece lo producono allo stesso identico modo di ogni altro mammifero, donne umane incluse: solo quando partoriscono un figlio. Nessuna femmina di mammifero è in grado di produrre latte senza partorire! Cosa accade dunque a queste mucche? Vengono ingravidate (di solito con l’inseminazione artificiale), dopo nove mesi partoriscono e il loro figlio viene portato via a poche ore o giorni di vita. Immaginate lo strazio della madre e del figlio!

Il vitellino viene tenuto in un piccolo recinto, senza nemmeno la possibilità di correre e giocare con gli altri malcapitati cuccioli. Viene nutrito con una dieta inadeguata, povera di ferro in modo che la sua carne rimanga bianca e possa essere venduta con l’etichetta di “vitello a carne bianca”. A soli sei mesi, quindi ancora cucciolo, viene mandato al macello.

51807348Il dolore del piccolo dura per tutta la sua breve vita; quello della madre è ancora maggiore, perché si rinnova con l’allontanamento del suo successivo figlio, in un tormento che si ripropone e si somma di anno in anno. Sì, perché, come per tutti i mammiferi, donne umane incluse, la produzione di latte dura solo per un certo periodo. Poi serve un’altra gravidanza per ricominciare, specie se si vuole estrarre dalle mammelle gonfie e doloranti, malate di mastite, una quantità abnorme di latte, 10 volte quella che l’animale produrrebbe in natura per suo figlio.

La mucca “da latte” (e ora sappiamo che questa definizione va tradotta nella realtà in “sfruttata per produrre latte”) viene fatta partorire, sistematicamente, una volta l’anno. Ogni volta deve subire il dolore del figlio che le viene strappato e che non può accudire. Tra i suoi figli, solo una femmina verrà risparmiata, quella che prenderà il suo posto quando lei non sarà più in grado di produrre abbastanza latte e verrà quindi macellata.

Questi animali vengono sfruttati in una maniera così intensa che alla fine non si reggono più in piedi e devono essere caricati sui camion con un argano. Sono le cosiddette “mucche a terra”, di cui ogni tanto si sente parlare (non troppo, per non turbare la coscienza dei consumatori). Le mucche, trattate come “macchine da latte” anziché da esseri senzienti quali sono, hanno una “durata” sempre minore: da un ciclo di 6-7 anni ora sono arrivate a 2-3 anni (contro i loro potenziali 20 anni di vita), dopodiché sono da “rottamare”, inutilizzabili.

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Osservando la cosa da un punto di vista esterno, sembrerebbe quasi un racconto orrorifico. Se qualche civiltà aliena ci osservasse, probabilmente valuterebbe seriamente la nostra immediata estinzione. E come dargli torto…

Non solo questo alimento danneggia la salute in modo diretto (vedi spiegazione di seguito). Non solo crea sofferenze indicibili a quei poveri animali. Ma crea anche dei danni ambientali che dovrebbero farci riflettere seriamente sull’utilità del consumo di animali e derivati.

Impatto ambientale

E’ ormai ben noto che l’allevamento di animali per l’alimentazione umana è causa di un devastante impatto sull’ambiente. Che sia per la produzione di carne o pesce, di uova o di latte, non fa differenza, perché sempre di allevamento si tratta; il fatto che gli animali, prima di essere uccisi per la loro carne, abbiano prodotto latte o uova, cambia poco, per quanto riguarda il problema dell’impatto ambientale.

Ormai la metà delle terre fertili del pianeta viene usata per coltivare cereali, semi oleosi, foraggi, proteaginose, destinati agli animali. Per far fronte a questa immensa domanda – in continuo aumento, in quanto le popolazioni che tradizionalmente consumavano pochi alimenti animali oggi iniziano a consumarne sempre di più – si distruggono ogni anno migliaia di ettari di foresta pluviale, per far spazio a nuovi pascoli o a nuovi terreni da coltivare per gli animali, che in breve tempo si desertificano, e si fa un uso smodato di prodotti chimici per cercare di ricavare raccolti sempre più abbondanti.

Un esempio numerico: l’associazione di consumatori tedesca Foodwatch ha pubblicato nel 2008 un report sull’impatto dell’agricoltura e dell’allevamento sull’effetto serra. Lo studio ha tenuto conto delle emissioni di gas serra risultanti dalla coltivazione dei mangimi per gli animali, dall’utilizzo dei pascoli per l’allevamento e dalle deiezioni prodotte dagli animali stessi (escrementi e gas intestinali). Tenendo conto di tutte le attività produttive del settore agricolo (compreso l’uso di energia, acqua, sostanze chimiche, ecc.), è stato calcolando l’impatto totale per la produzione di cibo per un anno per una persona che segua una di dieta onnivora, una latto-ovo-vegetariana e una vegana.

I risultati ci dicono che il tipo di alimentazione più ecologista è quella 100% vegetale. L’alimentazione latto-ovo-vegetariana ha un impatto 4 volte più alto, quella onnivora 8 volte più alto!

Quindi, anche considerazioni puramente ecologiste ci suggeriscono di evitare i cibi di origine animale – latte e latticini inclusi, considerato anche il fatto che l’allevamento di bovini è quello che ha il maggior impatto in assoluto, rispetto ad altre specie – e di preferire sempre, nella nostra alimentazione quotidiana, piatti preparati con ingredienti vegetali.

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Il latte animale non è un cibo adatto agli umani

Dicono spesso “il latte fa bene alle ossa”. Ma chi lo dice dovrebbe informarsi meglio…

Il latte è un usuraio della peggior specie, quegli usurai che vi fanno un prestito ma poi, se non gli ridate tutto con gli interessi impossibili, vi mandano picchiatori a spaccarvi le ossa.

Il latte contiene calcio, utile alle ossa, e per questo viene consigliato, ampiamente consigliato, per l’osteoporosi. Ma contiene anche proteine animali, acide, che, per essere smaltite, consumano calcio.

Come un usuraio, il latte presta un po’ di calcio, ma, alla fine, ne consuma più di quello che dà. Le proteine del latte, sommate a quelle provenienti da carne e pesce, costringono l’organismo a sottrarre calcio all’osso per poter provvedere al loro smaltimento.

Infatti, la salute dell’osso dipende molto più da quei fattori che impediscono le perdite di calcio dall’organismo che dalla semplice quantità di calcio assunta. Quasi tutto il calcio dell’organismo è contenuto nello scheletro, che è la banca del calcio. Il calcio viene perso continuamente attraverso le urine, le feci e il sudore, e queste perdite vengono reintegrate attingendo ai depositi di calcio nell’osso, che cede quindi calcio in continuazione. Il calcio immagazzinato nell’osso viene poi reintegrato con quello alimentare.

Esiste dunque quello che viene chiamato “bilancio del calcio”: bisogna che il calcio assunto con la dieta sia maggiore di quello perso, altrimenti il bilancio è negativo, e si va incontro all’osteoporosi.

In generale, nelle popolazioni che consumano molto latte l’incidenza di osteoporosi è maggiore, mentre è rara nei paesi dove non si beve latte. É noto che tra gli esquimesi, che assumono oltre 2.000 mg di calcio al giorno, l’osteoporosi dilaga.

Vari studi, tra i quali l’Harvard Nurses’ Health Study, che ha seguito clinicamente oltre 75.000 donne per dodici anni, mostrano che l’aumentato consumo di latticini è associato con un rischio di fratture più elevato.

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Il latte, dunque, è sì l’alimento ideale, ma solo per il lattante, e solo il latte umano! Di seguito sono elencati alcuni problemi correlati al consumo di latte in adulti e bambini.

  • Carenza di ferro: il latte ha un bassissimo contenuto di ferro (0.2 mg/100 mg di latte), e per riuscire a raggiungere la dose di ferro raccomandata di 15 mg al giorno, un bambino dovrebbe bere 7.5 litri di latte. In aggiunta, il latte è responsabile di perdite di sangue dal tratto intestinale, che contribuiscono a ridurre i depositi di ferro dell’organismo.
  • Diabete Mellito: su 142 bambini diabetici presi in esame in uno studio, il 100% presentava nel sangue livelli elevati di un anticorpo contro una proteina del latte vaccino. Si ritiene che questi anticorpi siano gli stessi che distruggono anche le cellule pancreatiche produttrici di insulina.
  • Calcio: la verdura a foglia verde, come la cicoria, la rucola, il radicchio e la bieta, è una fonte di calcio altrettanto valida, se non addirittura migliore, del latte.
  • Contenuto di grassi: ad eccezione del latte scremato, il latte e i prodotti di sua derivazione sono ricchi di grassi saturi e colesterolo, che favoriscono l’insorgenza di arteriosclerosi.
  • Contaminanti: il latte viene frequentemente contaminato con antibiotici, ormoni della crescita, oltre che con gli erbicidi e i pesticidi veicolati dal foraggio. Inoltre i trattamenti di sterilizzazione permettono in realtà la sopravvivenza nel latte di germi, e la Direttiva Europea 92/46/CE stabilisce un limite non superiore ai 100 mila germi per mL. La stessa Direttiva ammette anche un contenuto non superiore a 400 mila per mL di “cellule somatiche”, il cui nome comune è “pus”.
  • Lattosio: molti soggetti asiatici o africani sono incapaci di digerire lo zucchero del latte, il lattosio, con conseguenti coliche addominali, gas e diarrea. Il lattosio, poi, se viene digerito, libera il galattosio, un monosaccaride che è stato messo in relazione con il tumore dell’ovaio.
  • Allergie: il latte è uno dei maggiori responsabili di allergie alimentari: durante la sua digestione, vengono rilasciati oltre 100 antigeni (sostanze che innescano le allergie). Spesso i sintomi sono subdoli e non vengono attribuiti direttamente al consumo di latte, ma molte persone affette da asma, rinite allergica, artrite reumatoide, migliorano smettendo di assumere latticini.
  • Coliche del lattante: le proteine del latte causano coliche addominali, un problema che affligge un lattante su cinque, perché se la madre assume latticini, le proteine del latte vaccino passano nel latte materno. In 1/3 dei lattanti al seno affetti da coliche, i sintomi sono scomparsi dopo che la madre ha smesso di assumere questi cibi.

 

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(tratto da “Impariamo a mangiare sano con i cibi vegetali”, SSNV©2005)

FONTE DEI CONTENUTI A QUESTO SITO: INFOLATTE.IT

Intro a cura di Esteta e Pasiphae

 

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