di Sri Aurobindo e Mère

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«Nell’amore umano vi sono diversi moventi ispiratori. Esiste un amore umano psichico che sorge da dentro, dal profondo, e che è il risultato dell’incontro da parte dell’essere interiore con ciò che aspira verso una gioia e una unione divina; esso è, una volta fattosi cosciente di sé, qualcosa di duraturo, di auto-esistente, non dipendente da appagamenti esterni, incapace di affievolirsi per motivazioni esterne, privo di auto-compiacimento, indisposto a domandare o mercanteggiare ma capace di donarsi in modo semplice e spontaneo, mai spinto o soggetto a fraintendimenti, delusioni, struggimento e odio; piuttosto, è sempre teso in modo diretto verso l’unione interiore. È questo amore psichico che è il più prossimo all’amore divino e che costituisce pertanto la giusta e migliore espressione di amore e bhakti. Tuttavia, questo non significa che le altre parti dell’essere, incluse il vitale e il fisico, non debbano essere utilizzate come mezzi espressivi o che non debbano avere alcun ruolo nel pieno gioco e nel senso completo dell’amore, perfino dell’amore divino. Al contrario, essi sono degli strumenti e possono rivestire un ruolo rilevante nella completa espressione dell’amore divino — purché seguano il movimento giusto e non quello errato —, colmo di gioia e di fiducia e di abbandono, generoso, disinteressato, incapace di lagnarsi, totalmente assoluto nel suo offrirsi, e questo è quanto di più vicino allo psichico possa esistere e quanto di più opportuno per costituirne il suo complemento e un mezzo di espressione dell’amore divino. E non è neppure vero che l’amore psichico o l’amore divino disprezzi i mezzi fisici di espressione, quando questi sono puri e giusti e plausibili; non dipende da essi, non si sente sminuito, non si ribella e non si smorza come una candela spenta quando viene privato di tali mezzi; ma quando può farne uso, se ne serve con gioia e gratitudine. […]
Esiste però un altro tipo di amore vitale, che è più comunemente il modo della natura umana e che è dettato dall’ego e dal desiderio. È pieno di appetiti vitali, di desideri e richieste; la sua continuità dipende dal soddisfacimento delle sue esigenze; se non ottiene ciò per cui brama, o se anche soltanto immagina di non essere trattato come merita (dato che è pieno di immaginazioni, incomprensioni, gelosie e fraintendimenti), ecco che si ripiega immediatamente nel dolore, nel sentirsi ferito, nell’odio, in ogni tipo di disordine, fino a smettere di amare e di volgersi altrove. Un amore di questo tipo è nella sua vera natura effimero e inaffidabile e non può essere posto a fondamento dell’amore divino.»

Sri Aurobindo

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Dapprima uno ama soltanto quando è amato.

È lo stato degli esseri umani. Occorre la vibrazione amorosa di qualcuno che venga a risvegliare l’amore, altrimenti c’è solo l’inerzia.

Poi ama spontaneamente,
ma vuole essere ricambiato.

Qui siamo a una umanità già un po’ più sviluppata. D’improvviso uno sente l’amore: incontra qualcuno o qualcosa — ah — e succede! Solo che ognuno ci tiene parecchio a essere ricambiato.

Poi uno ama anche se non è amato,
ma ancora ci tiene che il suo amore sia accettato.

Di solito si tratta di persone arrivate a uno stato yogico piuttosto avanzato. […] C’è un momento in cui uno è assolutamente in grado di amare senza essere corrisposto, perché è superiore al bisogno di essere contraccambiato; però ha ancora… non propriamente il bisogno, ma una tendenza che il suo amore sia sentito e abbia effetto. Una cosa che più tardi fa sorridere.

Alla fine è Amore puro e semplice,
senza altro bisogno né altra gioia che quella di amare.

E questa per me, per la mia esperienza personale, è veramente l’onnipotenza.
È un potere capace di realizzare qualsiasi cosa — qualsiasi cosa. Non c’è niente di impossibile per un potere del genere.

Mère

FONTE: arianuova.org