di Matteo Camorani

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Anzitutto: di cosa stiamo parlando?

“Gelosia” è un termine attorno al quale si è creata molta confusione. In tanti anni di ricerche, studi e confronti sullo sfaccettato mondo delle relazioni interpersonali, mi è capitato innumerevoli volte di imbattermi in persone che rivendicavano o difendevano a spada tratta una fantomatica “nobiltà” della gelosia, spesso e volentieri cavalcando luoghi comuni piuttosto banali. Alcuni esempi:

  • “La gelosia in una giusta misura dà sapore alla vita e alla relazione.”
    (anche il detersivo dà sapore alla zuppa, questo ne fa forse un buon ingrediente?)
  • “La gelosia approcciata nel modo giusto è un’emozione superiore.”
    (non osiamo immaginare allora quali siano quelle inferiori…)
  • “Se non sei geloso almeno un po’, vuol dire che non ami veramente.”
    (e se nell’insalata non ci sono almeno un po’ di pesticidi, vuol dire che non è veramente insalata!)
  • “La gelosia è una caratteristica costitutiva della coppia sacra.”
    (certo, così come il senso di vendetta è una caratteristica costitutiva dell’uomo spirituale.)

kids-magic-wizard-costumeTutto questo, ovviamente, rientra nella malsana abitudine a spiritualizzare qualsiasi tendenza distruttiva pur di non riconoscerne la vera natura, barricandosi nella propria zona di confort e tentando di nobilitare un qualcosa di prettamente umano… che in sé non avrebbe niente di ignobile, ma nemmeno niente di nobile.

L’assunto secondo cui tutto ciò che ci fa sentire “vivi” sarebbe intrinsecamente cosa buona e per questo giustificabile, se non addirittura auspicabile, non ha alcun fondamento. Per quanto sfaccettata e multiforme, la gelosia, come vedremo più avanti nel corso di questo articolo, è una estensione del senso di possesso, e della conseguente paura che “qualcuno” possa rubarci “qualcun altro”, privandocene. Non c’è niente di intrisecamente positivo nella gelosia, anzi, è a tutti gli effetti un limite; in quanto tale è giusto riconoscerla e accettarla senza giudizio in quanto parte di sé (come prima fase di un più lungo processo di elaborazione, come vedremo), ma non è corretto né sano conclamarne una fantomatica virtù, né tantomeno giustificarne a priori la presenza fornendo un pretesto per non lavorarci su.

L’argomento è vasto, e in questo articolo ci limiteremo a fare chiarezza sugli aspetti più ambigui e fraintesi di questa… questa… come vogliamo chiamarla, “emozione”?

Cambiamo lessico

Cominciamo la nostra disamina dicendo che ”gelosia” è un termine situazionale: non designa cioè una emozione in quanto tale, ma piuttosto racchiude ad ampio spettro qualsiasi emozione possa emergere in una data situazione (ovvero quando si ritiene violata l’esclusività di un rapporto interpersonale). In questo senso la cosiddetta gelosia non è nemmeno un’emozione primaria, ma una meta-emozione, una specie di “calderone” in cui vengono indiscriminatamente racchiuse le reazioni emotive più disparate: rabbia, ansia, paura, terrore, scoramento, tristezza, insicurezza, avvilimento, senso di inadeguatezza… è un “termine-tampone” di uso generico che serve a mascherare (e spesso a legittimare) un alto grado di analfabetismo emotivo, socialmente riconosciuto e incentivato, certamente, ma pur sempre presente e diffuso.

1675w1sDire “io sono geloso” è facile. È l’emissione di una sentenza. Non richiede introspezione, né analisi di sé, né conoscenza dei propri processi. È come andare dal dottore e, alla domanda “come ti senti?” rispondere “sto male”. Vuol dire tutto e niente, e gli si può associare qualsiasi significato. È solo una lamentela che, nella sua forma strutturale intrinseca, non fornisce appigli per alcun margine di miglioramento.

In altre parole, dire “io sono geloso” è come affermare implicitamente “io sono così, è giusto che sia così e non c’è niente che possa o debba cambiare questo dato di fatto”.

Ben diverso sarebbe descrivere veramente cosa si prova, entrando nel vivo della propria interiorità e cercando di verbalizzarla. Alcuni esempi:

  • “Mi sento minacciato nella percezione del mio stesso valore.”
  • “Provo una paura terribile di essere abbandonato, e quando mi assale mi sento travolto.”
  • “Sento grande rabbia, che mi accorgo essere dovuta al rigetto di un senso di inferiorità che mi porto dietro da anni.”
  • “Mi sento in ansia e atterrito perché temo di essere confrontato con quella persona.”
  • “Provo un senso di avvilimento e mi sembra che a nessuno importi di me.”
  • “Sento odio per quella persona, perché incarna qualità che vorrei avere io.”

…e così via. Penso non sia necessario descrivere quanto beneficio possa portare questa pratica in termini di chiarezza (sia interiore sia espositiva) e di possibilità di ricevere riscontri utili per la propria crescita personale.

USA, New Jersey, Jersey City, Young couple sitting on couch

La gelosia è fisiologica?

In tanti sostengono che la gelosia sia un qualcosa di innato nell’essere umano, un fattore congenito decretato dall’istinto, e come tale non modificabile. Peccato che le cose funzionino  esattamente al contrario: da un punto di vista prettamente anatomico e biologico, l’essere umano è fisiologicamente predisposto alla promiscuità sessuale e ad avere relazioni multiple, e un simile corredo hardware non potrebbe certo prevedere un software incompatibile. D’altro lato, se così non fosse, il bisogno di possessività nei rapporti dovrebbe manifestarsi indistintamente in ogni essere umano a prescindere dal genere sessuale, dall’etnia, dalla cultura, dalla geografia o dall’epoca… l’esistenza di persone non gelose, così come la presenza documentata di intere popolazioni serenamente poliginiche o poliandriche, oppure monogame ma caratterizzate da libertà sessuale (nelle quali la pretesa di esclusività è addirittura socialmente derisa e considerata ridicola e deprecabile), è sufficiente a far decadere la teoria di un “gene della gelosia”.

brainTuttavia esistono, nell’homo sapiens (così come nelle altre specie animali), dei meccanismi ancestrali di autodifesa (principalmente due: la paura e l’aggressività) che si attivano in tutte quelle situazioni di scarsità in cui la sopravvivenza è minacciata, o anche solo percepita come tale. Tali meccanismi sono programmati per diventare operativi nel momento in cui un pericolo, reale o presunto, minacci l’essere in qualsiasi suo aspetto.

Ora, se io nasco e cresco in una società altamente competitiva, patriarcale e basata sulla proprietà privata, sul motto “ciò che è mio non è tuo”, una realtà in cui ogni cosa, dall’economia alle relazioni, risponde alla regola mors tua vita mea, inevitabilmente si radicherà in me la convinzione che “io valgo poco in quanto possiedo poco, e quel poco che possiedo può essermi portato via da chiunque, perciò chiunque è potenzialmente una minaccia”.

In questo clima (seppur spesso inconscio) di insicurezza e rischio costante, chiunque superi (in buona o malafede, non ha importanza) quella linea di demarcazione che separa le cose altrui dalle MIE cose (oggetti e persone, in questo paradigma di scarsità, vengono assimilate in uno stesso concetto), minacciando il MIO territorio e la MIA integrità, rappresenta un pericolo; e così, il cervello primordiale attiva le difese.

Warner-Bros-Daffy-Duck-Cel-Mine-Mine-Mine-_57La gelosia come fenomeno psichico si fonda quindi su un’insicurezza di fondo, ovvero sull’idea precostituita che il nostro valore dipenda dall’esterno e che qualcuno, da fuori, possa privarcene; ma soprattutto, si basa sull’inflessibile dogma che tale valore possa e debba provenire solo e unicamente dall’esterno, e che “io”, come individuo, non sia assolutamente in grado di attribuirmelo da solo.

Assecondando questo meccanismo, attribuiamo ad altri la responsabilità del nostro benessere, del nostro senso del valore; e quando “l’incaricato di turno” in qualche modo ci delude, invece di mettere in discussione il nostro approccio, puntualmente preferiamo incolpare il “colpevole” e magari traslare quella responsabilità su qualche altro malcapitato là fuori… in un circolo vizioso di frustrazione e dipendenza.

Riassumendo: la gelosia è basata su un condizionamento culturale, una convenzione sociale, una realtà che è così non per decreto divino, ma per banale inerzia umana. In sé non sarebbe quindi “naturale”, ma di fatto cavalca processi naturali che esisterebbero per tutt’altro scopo: essendo basata su una convinzione radicata in profondità nella psiche dell’individuo, inevitabilmente la gelosia lo fa sentire minacciato, e il pericolo così percepito va ad attivare quei meccanismi fisiologici nati per proteggere l’essere umano in casi di effettivo pericolo mortale, i quali si manifestano secondo le modalità più irrazionali e imprevedibili.

Insomma, un gigantesco equivoco tra la nostra psiche deformata e il nostro efficace (ma ottuso e meccanico) cervello ancestrale.

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Approccio operativo

Quando ci si trova a fronteggiare qualsiasi contenuto emotivo, si può usare come riferimento un iter di tre passaggi da affrontare in successione seguendo questo rigoroso ordine, resistendo all’eventuale tentazione di saltarne qualcuno:

1) ACCETTAZIONE

“Io ho il diritto di sentirmi così, non sono in errore nel provare ciò che provo, osservo tutto ciò che ho dentro come uno spettatore, senza giudicarlo né condannarlo.”

2) COMPRENSIONE

“Mi interrogo e indago su cosa c’è all’origine di ciò che provo, cercando di capire quali eventi del mio passato abbiano dato origine alla situazione attuale.”

3) DESTRUTTURAZIONE

“Ho consapevolezza delle motivazioni profonde alla base dei miei processi, e quindi agisco strategicamente per scardinarli e decostruirli.”

Qualsiasi problema nella gestione delle emozioni nasce da un mancato rispetto di questa progressione. Non è possibile, infatti, trasformare qualcosa che non si è compreso, così come non è possibile comprendere ciò che non si è ancora accettato.

Due errori fatali

Due sono gli errori di valutazione e interpretazione commessi da chi si ritrova a dover gestire una situazione di gelosia (in qualunque modo essa si manifesti).

  • icona-angeloIl primo errore, più diffuso, consiste nel considerare erroneamente la gelosia parte integrante della fisiologia umana (nel ritenerla cioè un fattore genetico o istintuale), rivendicando una intoccabilità che non le appartiene, e con questo pretesto si giustifica ogni cosa, permanendo a tempo indefinito in una placida immobilità.
    Chi commette questo errore non avrà pace, perché sta proiettando fuori di sé una propria responsabilità e quindi pretenderà che gli altri adeguino il loro comportamento di conseguenza per non provare quel fastidioso malessere.
  • icona-diavoloIl secondo errore, più raro ma non meno dannoso, consiste nell’attribuire alla gelosia un’accezione estremamente negativa, stigmatizzandola e colpevolizzando sé stessi per il fatto di provarla, come se non fosse all’altezza di una propria purezza ideale.
    Chi commette questo errore non avrà pace, perché si rifiuta di accettare una parte della propria verità, e sarà continuamente impegnato in una logorante battaglia interiore al fine di sopprimerla… ovviamente senza successo.

Come sempre, la verità sta nel mezzo: bisognerebbe arrivare a capire che accettazione non è sinonimo di giustificazione a priori, e che lavoro su di sé non è sinonimo di repressione.

PRIMA comprendi, POI definisci

Il termine “gelosia” andrebbe rimosso dal vocabolario, non perché designi qualcosa di brutto o di sbagliato, ma semplicemente perché il suo significato è talmente vago e ineffabile da rendere questa parola del tutto disfunzionale, in quanto causa di numerosissimi fraintendimenti e ambiguità.

EmpatiaTuttavia, a ben pensarci, il problema di fondo non è la comunicazione in sé, quanto piuttosto la matrice di pensiero su cui il linguaggio si è sviluppato. Il vero dramma non è l’incapacità di comunicare ma bensì l’incapacità di pensare, dove per “pensare” si intende proprio il processo attivo di effettuare deduzioni critiche analizzando e facendosi domande, anziché adagiarsi passivamente nell’interpretare la realtà secondo modelli precostituiti, grossolani e stereotipati (es. “io sono geloso”).

Se il nostro paradigma si amplia e scopriamo un concetto finora sconosciuto, gli possiamo inventare un nome che prima non esisteva. Ma se mancano i presupposti per cui quel concetto può essere ragionato e concepito, il problema di linguaggio passa in secondo piano, perché non saper dare il giusto nome alle cose è un problema posteriore (e di minore entità) rispetto al non saperle proprio vedere con chiarezza.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi è chiedere troppo rispetto a quanto le persone mediamente sono disposte a fare, vuoi per mancanza di educazione o di capacità nel farlo, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per autentico terrore all’idea di doversi assumere le responsabilità del proprio sentire.

In conclusione

Parlare di relazioni equivale a muoversi su un terreno delicatissimo. Le persone sono mondi, e spesso questi mondi parlano lingue diverse. Anzi, peggio ancora: parlano la stessa lingua credendo di capirsi, ma senza realmente capirsi, poiché danno alle parole significati differenti.

Il linguaggio è un codice convenzionale, ma in tanti casi (come in quello della gelosia) la presenza di parole polisemiche (parole che racchiudono in sé una pluralità di significati e concetti) di certo non facilita le cose. Da qui l’importanza di compensare i limiti del linguaggio usando una comunicazione efficace, empatica, sforzandoci di essere quanto più precisi possibile nel guardare dentro noi stessi, di comprendere cos’abbiamo dentro e di manifestarlo al di fuori con la massima chiarezza.

Leggete tanto, approfondite, ampliate il vocabolario, imparate parole nuove. Ogni termine che apprendiamo è uno strumento in più per descrivere meglio noi stessi e le sfumature più sottili della nostra interiorità, favorendo la consapevolezza dei propri processi e riducendo il rischio di fraintendimenti. Verbalizzare in modo assolutamente fedele i vissuti umani è impossibile, per cui si tratterà pur sempre di un’approssimazione… ma fornirà un piccolo grande aiuto nell’avvicinarci ai mondi degli altri, nel toccarli e nell’esserne toccati a nostra volta.

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