di Daniela Coin
Racconto pubblicato sul blog Racconti Eterei, “Serie AWARE”

ero-uno-scheletro

Ero uno scheletro e stavo sempre per terra. Ero proprio ossa e nient’altro. Non avevo tendini, non avevo muscoli, non avevo organi e non avevo neanche la volontà di alzarmi e di cercarli.

Sapete, non ero sempre stato così, una volta ero stato un bellissimo ragazzo che faceva sport ed avevo la fila di belle ragazze che volevano venire a letto con me. Ma io non le volevo, non volevo essere felice e volevo avere problemi.

E così, piano piano, mi sono lasciato spolpare. Depredare di ogni brandello di me. Tutti prendevano, io davo. Non era generosità, era desiderio di morire in fretta. Era anche un po’ di falsa credenza che se avessi ceduto agli altri ogni parte di me, allora forse avrei avuto un senso in questa inutile vita. Forse mi avrebbero voluto bene.

Volete sapere a chi ho ceduto me stesso? Seguitemi, ve lo racconto.

Un giorno me ne stavo disteso su quel prato. Era qualche anno che ero lì disteso. A volte cambiavo un po’ posizione ma poco perché avevo sempre meno forze per muovermi. Ad un certo punto un piede mi calpestò.

Non era la prima volta che un piede mi calpestava ma quel giorno fu la prima volta che mi venne chiesto scusa.

Lei passò, aveva dei bellissimi capelli ramati, mossi dal vento, e un vestito bianco che sembrava la veste di un angelo. Mi passò sopra, mi calpestò un ginocchio ma fu bello. Non mi scricchiolò nemmeno la rotula da quanta grazia ebbe nel calpestarmi. Ma poi accadde una cosa incredibile. “Oh!” disse, spostandosi subito dalla mia gamba, portandosi una mano alla bocca, in quel gesto stupito e dispiaciuto. Poi si chinò incuriosita, mi guardò bene da vicino e poi, sottovoce, mi disse “Scusa, non volevo calpestarti!”.

Avessi avuto la pelle l’avrei sfiorata.

Avessi avuto una bocca l’avrei baciata.

Avessi avuto un cuore l’avrei amata.

Desiderai una mano per toccarla e sentire il suo calore.

Desiderai un corpo per premerlo addosso al suo.

Desiderai un po’ di voce per dirle quanto fosse bella.

Provai ad allungare una mano, provai ad alzarmi, ma non potevo, non riuscivo.
Riprovai di nuovo ma come potevo?
Dopo qualche ora ancora provavo ad alzarmi ma non ci riuscivo.
Ero solo un mucchio di ossa.

Allora accadde.
Guardai con le orbite in cielo e chiesi con tutta la forza che avevo di poterla toccare.
Lo chiesi con tutto me stesso, o quel poco che ne restava. E così accadde.

Improvvisamente sentii come una grande forza, potente. Un’energia che non sentivo da anni o che forse non avevo mai sentito. Una spinta ad alzarmi e una voce nella scatola cranica mezza vuota che rimbombava dicendomi di alzarmi.

Mi alzai e notai sbalordito che potevo muovermi. Potevo camminare e, dalla felicità, scoprii che potevo anche saltare. E allora cominciai a correre a cercare quella bellissima ragazza che mi aveva considerato. Aveva considerato un mucchio d’ossa con amore e io la volevo stringere.

Cominciai a correre in giro dappertutto, correvo da ogni parte in cerca di quella ragazza di bianco vestita.
Ero così preso dal cercare il suo volto che non mi accorgevo che la gente, quando mi vedeva, fuggiva.
Corsi così tanto che venne notte e ancora non l’avevo trovata.
Mi fermai sotto un albero perché era troppo buio e non vedevo nulla.

E così mi parlò un gufo.

I gufi sono saggi ma nessuno li sa ascoltare. Pensano che siano solo uccelli. I più audaci li chiamano rapaci.

“Non troverai mai nessuno messo come sei. Ti sei chiesto che effetto le faresti se ti vedesse così? Ti sei visto almeno?”

Mi guardai le mani, potevo contare le falangi una per una. Poi guardai indignato il gufo e risposi infastidito:

“Ora ho capito perché si dice “gufare!”… tu non credi nell’amore! L’amore vede oltre l’apparenza e oltre l’aspetto esteriore!”

Il gufo allora scese dall’albero e mi volò accanto, appollaiandosi sulla mia clavicola.

“Non è una questione di aspetto esteriore, amico mio! E’ una questione di amore. Guardati, come ti sei ridotto.. Ti sei amato così poco che ti sei lasciato depredare di ogni cosa e ancora continui a non preoccuparti di chi sei, di cosa sei e di cos’hai da dare. Sei in cerca di amore ma non ti ami. Non lo puoi ricevere, non lo vuoi ricevere, perciò non lo avrai!”

Tacqui e mi osservai. Come posso toccare questa donna?, pensai, non ho i polpastrelli e forse neanche la sentirei. Magari le graffierei la pelle. Come posso baciarla che non possiedo una bocca? E come posso amarla che non possiedo cuore? Come posso ascoltarla senza orecchie?

“Hai ragione gufo!” gli dissi “Troverò quello che mi è stato tolto e poi andrò da lei!”

“Sì ma…” il gufo provò a parlare ancora ma io ero già corso via, e senza neanche tanto ringraziarlo perché non avevo tempo, dovevo trovare il mio corpo per darlo alla donna che amavo.

Cominciai andando da un mio vecchio amico. Questo possedeva un po’ dei miei muscoli che gli avevo dato per giocare a calcio. Quadricipiti, polpacci, addominali e qualche pezzetto di gluteo e di dorsale. Stavo per rimettermi gli addominali quando pensai che forse dovevo partire dagli organi interni, per evitare di dover poi scomporre tutto alla fine.

La peggior cosa era rivedere mia madre, ma tutte le mie viscere le possedeva lei. Aveva lo stomaco che aveva rimpinguato per anni cercando di farmi ingrassare per non permettermi di riuscire a trovare una donna, cercando di farmi restare sempre con lei. Aveva il mio fegato che aveva fatto ingrossare a suon di cattiverie dette contro di me. Aveva i miei polmoni che aveva oppresso e contorto per anni, non lasciandomi i miei spazi. Aveva i miei intestini che aveva contribuito a far contorcere mettendomi ansia e paura per ogni cosa. Questi, quando avevo deciso di non essere più un uomo, glieli avevo lanciati addosso come si lanciano gli avanzi a un cane.

Suonai alla sua porta e lei mi aprì. Tesi la mano e le chiesi quello che era mio di diritto.

Lei si mise a ridere e, richiudendomi in faccia la porta, mi disse “Devi chiedermele col cuore!”

Era un problema, il mio cuore era ancora dalla mia ex fidanzata. Una donna che l’aveva strappato e messo in una teca di vetro e che ogni tanto si divertiva a punzecchiarlo e a tagliuzzarlo. Ma non era colpa sua. Ero io che glielo avevo consegnato, la responsabilità era mia e solo mia.

Suonai alla sua porta e mi aprì il mio migliore amico. Mi disse “Hey, come ti trovo male!” Credo non sapesse che io non sapevo che lui e lei stavano insieme. Credo pensasse che io e lei ci fossimo lasciati per causa sua perché credo che lui e lei si frequentassero anche mentre noi due eravamo fidanzati.

“Rivorrei il mio cuore!” le dissi quando si affacciò alla porta. Ma lei mi sorrise e mi disse “Davvero lo vuoi?”.

“Certo che lo voglio!” esclamai convinto! E allora ecco che il mio cuore cominciò a pulsarmi in petto.
Mi grattai la calotta cranica e la ringraziai. In quel momento provai una bella sensazione nel vederli così, abbracciati davanti alla porta mentre io me ne andavo. Ero quasi felice per loro.

Che cosa strana.. Vabbé..

Tornai a bussare alla porta di mia madre, pretendendo quel che era mio di diritto.
“Me lo devi chiedere con amore!” mi disse stizzita. Infastidita da quel mio pretendere senza affetto.
Ma io la odiavo. Quando pensai che la odiavo, mi accorsi che la mia scatola cranica non era vuota come avevo sempre creduto.

Il cervello l’avevo sempre avuto. Non tutto, solo una parte. Quella sinistra.
E questa odiava  e pretendeva e serbava rancore per mia madre perché ricordava che lei mi aveva fatto del male, tanto male. E più chiedevo più lei mi snobbava e mi derideva e pretendeva amore. Sembrava che ci godesse nel ricattarmi. Avrei voluto farle del male ma sapevo che non potevo.

“Perché pretendi affetto?” le chiesi. “L’affetto non si può pretendere!” Pensai che non lo meritava. E in quel momento mi resi conto di essere come lei. Una persona priva di amore che non riesce a donare ciò che crede di non aver ricevuto.
Mi ricordai che poco prima avevo provato amore per la mia ex e il mio amico e allora guardai mia madre e vidi una donna che voleva essere amata ma non sapeva come lasciarsi amare.
Mi avvicinai, la abbracciai. Lei mi scacciò ed io camminai lontano da lei amandola e pregando che capisse che non la odiavo.

In quel momento mi rispuntarono polmoni, intestini, fegato e altri organi e visceri interni. Qualche muscolo anche del volto e qua e là.

Ora sembravo una specie di non morto ma cominciavo ad avere un aspetto più umano. La maggior parte dei muscoli e dei tendini e di tutto quello che componeva la fisicità esterna del mio corpo, li deteneva mio padre. A lui avevo dato mani, braccia, gambe e tutto quello che avevo potuto dare per aiutarlo quando lui, a causa della sua malattia, era rimasto infermo a letto ed io avevo dovuto aiutarlo a non far fallire la sua attività. Ma tanto lavorai e senza ricevere mai un grazie. Lavoravo e non venivo gratificato. Mai.

Poco prima che lui morisse io, talmente ero affranto per la sua malattia e per come mi sentivo usato, lasciai tutto. Gli diedi gambe, braccia, occhi e naso ed ogni parte di me, e cominciai ad andarmene, deperendo giorno dopo giorno.
Lui morì ed io continuai ad odiarlo per non avermi mai ringraziato e mai amato.

Non mi aveva mai amato, mi aveva sempre e solo usato.

 Arrivai alla sua tomba ed era la prima volta che la vedevo. Ma ormai avevo capito l’antifona.
Mi inginocchiai e pregai. Pregai così tanto, piansi e lo perdonai. E quando mi accorsi che avevo gli occhi, era già da un po’ che stavo piangendo. E quando mi asciugai le guance con le mani, era già un bel po’ che avevo di nuovo le mani. E così quando mi alzai e sentii la terra umida sotto i miei piedi, era già un bel po’ che avevo i piedi.

Cominciai a camminare e piano piano iniziò a riformarsi la pelle, i peli, i capelli.

Camminavo e ringraziavo Dio e il mio corpo tornava ad essere quello di un tempo.

Poi una donna urlò e allora mi accorsi di essere nudo ed iniziai a correre così forte come non avevo mai corso. Entrai in una lavanderia e presi qualche abito, contando di restituirlo.

Ormai ero pronto, dovevo solo trovarla. Mi pettinai, mi vestii bene, sedetti su una panchina con le mani unite ed attesi.

Dopo due giorni ero ancora lì e allora cominciai ad arrabbiarmi con Dio perché ero diventato un uomo ma lui non aveva condotto da me la mia Eva. Mi alzai, un po’ indispettito, e pensai che mi sarei arrangiato!

Cercai per quasi due settimane e alla fine la trovai, era in un negozio di dischi con un’amica.
Indossava ancora un abito bianco e aveva ancora i capelli color rame.

Mi avvicinai e le dissi “Ciao, sono lo scheletro che hai calpestato venti giorni fa, volevo solo dirti che sono innamorato di te, che voglio toccarti, baciarti e fare l’amore con te!”

Non potete capire cosa accadde. L’inaccadibile.

Cominciò ad urlare così forte che mi guardai subito le mani, credendo di essere ritornato uno scheletro!

“Sei uno sporco, volgare, impertinente idiota!” mi urlò. Poi se ne andò stizzita pronunciando queste parole:

Eri più umano quando eri uno scheletro!

Ragazzi lo disse. Lo disse davvero!

Caddi a terra in ginocchio, iniziando a chiedermi cosa avevo di sbagliato. Cosa dovevo fare che non avevo fatto o cosa avevo fatto che non avrei dovuto fare.Ero disperato, non potete capirlo. Non potete. Era come se mi avessero tirato addosso il mondo ed io fossi rimasto incastrato sotto.

Pazzo, ero impazzito. Corsi per qualche chilometro ed infine, lontano dalla città, lo feci. Cominciai a togliermi tutto e a tornare scheletro. Aveva detto che mi preferiva da scheletro e allora sarei tornato scheletro.

Mi spolpai fino all’osso e tornai da lei. Ma accadde esattamente quello che temevo.
Non solo urlò lei ma anche tutta la gente per strada che ci stava intorno.

“Vattene, sei orribile!” mi urlò.

Fu la sensazione più brutta della mia vita. Più brutta perfino di quando mi regalarono l’uniforme di San Francesco per carnevale, con un cerbiatto finto attaccato alla tonaca e del momento in cui il mio compagno di banco, vestito da Darth Fener con una spada laser più grande di lui, mi minacciò davanti a tutti i genitori di uccidermi il cerbiatto, stimolando una fragorosa risata fra tutti i genitori accorsi per la festa di carnevale.

Cosa dovevo fare? Me ne andai.

Desiderai di morire ma mi resi presto conto che non potevo. Non potevo decidere di morire.

“Forse il tuo percorso non è giunto al termine!” Era la voce del gufo.

Ero finito di nuovo sotto l’albero di quello stupido gufo.

“Lasciami in pace! Mi avevi detto che non avrei mai trovato nessuno perché ero impresentabile! Sono diventato bellissimo e lei non mi ha voluto. Le ho confessato il mio amore e lei ha urlato!”

Il gufo mi si appollaiò con una zampa sull’ulna e una sul radio. “Vedi..” disse “..per amare non basta un bellissimo corpo, né una bellissima mente, né la schiettezza, né i soldi…”

“E allora cosa serve?” chiesi.

“Serve amare se stessi. Tu ti sei dato tanto da fare, hai fatto delle cose bellissime, invidiabili. Hai amato e perdonato i tuoi genitori, amici, fidanzata, sei diventato bello, ma poi cos’è accaduto? E’ bastato un rifiuto per farti prendere tutto quello che avevi faticato a costruire e fartelo buttare nella spazzatura come fossero avanzi di una cena andata male! Ora dimmi… per chi l’hai fatto? L’hai fatto per te o per lei?”

L’avevo fatto per lei.

“L’hai fatto per qualcosa che non sei tu. Quello non è amore. Quello era solo desiderio di avere, di ottenere, si essere amato, di colmare un vuoto, di essere migliore ma per qualcun altro. Di tuo, di amore vero, di sentimento per se stessi, lì, non c’era nulla. Chiamalo come vuoi, arrivismo, vuoto interiore da riempire. E cos’hai ottenuto? Dimmelo tu!”

Che cosa avevo ottenuto? In tutta la vita e ciclicamente, che cosa avevo fatto?

Avevo ottenuto che ogni cosa costrita era stata edificata su qualcosa o qualcun altro e questi, andandosene, si erano portati via tutto di me.

“Ma chi ha consegnato loro quei pezzi di te?”
Il gufo mi leggeva il pensiero.

“Io!” risposi.

“Riesci a capire che hai fatto tutto tu?” mi domandò.

In realtà faticavo un po’ ad accettarlo ma era vero ed abbastanza evidente, così evidente da non poter essere negato alla ragione.

“Se ti manca una gamba cosa fai? Ti appoggi al primo che passa o provi a costruirtene una tua?”

Ci pensai qualche istante.

Mi ero sempre appoggiato. Sempre delegato.
Sempre rifiutate le colpe. Era più semplice affidare il proprio destino a qualcuno per poi potergli dare tutte le colpe quando le cose non andavano come volevo. Avevo vissuto tutta la vita in quel modo ma d’improvviso mi resi conto di una cosa fondamentale. Capii che quello che era stato fino ad un attimo prima, non era necessariamente quello che c’era adesso, e che adesso io potevo voler essere indipendente. Potevo prendere in mano la mia vita e farne qualcosa. Qualsiasi cosa ma che fosse mia.

Risi rumorosamente ed abbracciai il mio amico!

“Se mi manca una gamba, caro gufo, sai che ti dico? Che me la faccio ricrescere!”

Poi già che c’ero mi feci spuntare un paio d’ali e feci un giro col mio amico che poi non rividi più.

 

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