di Matteo Camorani e Daniela Coin

Cloud Atlas

Ego sì, ego no, ego non so

Accade continuamente, nel corso del tempo, che le stesse dinamiche si ripresentino tali e quali con volti nuovi: cambiano i personaggi, cambiano i luoghi, ma la storia rimane la stessa. Si inizia provando un leggero disagio e si finisce con lo stare ancora peggio.

E così, quel compulsivo anelito di autosqualifica su cui si è sempre fondata la nostra cultura clericale, quel deviato bisogno di battersi continuamente il petto gridando mea culpa, ai giorni nostri non può evitare di ripercuotersi nel modo di approcciare la spiritualità. Tale è il nostro imprinting.

Allora ecco che, a partire dalle prime manifestazioni della new age negli anni 60, assistiamo al proliferare di molte correnti spirituali e filosofie esoteriche che prevedono una contrapposizione più o meno marcata tra la coscienza umana e il proprio ego. L’intento è, come sempre, quello di spostare la colpa e di tentare una fuga. Spostare la colpa da quel “noi” puro e divino trasfigurato in quell’imprecisata essenza chiamata Coscienza verso un’entità, non meglio definibile, chiamata Ego!

Questo rappresenta un grosso fraintendimento e può portare all’apertura di nuove spaccature piuttosto che a chiudere quelle vecchie nell’intento di guarire, perché creare separazione apponendo un’etichetta su un qualcosa che fa parte di noi e che finiamo col bollare come sbagliata, non può che creare ulteriore disagio.

Seguono alcuni simpatici consigli e spunti di riflessione che possono aiutare a fare un po’ di chiarezza sul tema.

1. Il problema non è avere un ego, ma il non sapere cosa diavolo sia!

Volendo fare una sintesi di queste correnti di pensiero, si può dire che l’ego viene percepito come un nemico da combattere in quanto l’unico ostacolo che si frappone tra l’anima individuale e la realizzazione dell’unità sostanziale di tutte le cose.

Questa è, a tutti gli effetti, una verità: l’ego è ciò che ci permette di fare esperienza dell’Uno, nell’Uno, senza scomparire al contempo nella coscienza totalizzante indifferenziata.

Non è “una cosa brutta”, è una cosa che esiste per uno scopo ben preciso. La natura non sbaglia. Siamo creature composite e complesse, e siamo composti da tanti elementi, ognuno con la sua funzione specifica. L’ego è uno di questi: forse il più importante, in quanto elemento fondante della nostra realtà quotidiana.

Così come il corpo fisico o la mente, l’Ego è una componente di qualsiasi essere esistente: è ciò che permette di dire “io”. Una fantomatica “esistenza senza ego” non solo non è auspicabile, ma nemmeno tecnicamente possibile. E francamente, non sarebbe nemmeno tanto divertente. L’essere umano non può trascendere l’ego completamente e all’infinito, ma deve imparare a conviverci. Può anche sviluppare l’abilità di fare viaggi astrali e di astrarsi dal flusso del tempo attraverso meditazioni o altre pratiche ascetiche, ma questo di fatto non elimina l’ego. L’ego non è eliminabile stabilmente in nessuna circostanza terrena, in quanto è funzionale all’esistenza stessa. Se l’illuminazione è mancanza di ego, quindi, è impossibile diventare illuminati in vita.

L’illuminazione non consiste nel non avere cedimenti o sofferenze di sorta, ma nello smettere di fuggire in mondi immaginari, accettando il qui e ora in tutta la sua traboccante pienezza. Chi comprende questo nel profondo, e cessa la fuga dal dolore, è un risvegliato. Ma questo non significa che diventi l’essere perfetto che credeva di dover diventare. Siamo maestri nel prenderci in giro e nell’illuderci che combattendo la separazione la supereremo, dimenticando fin troppo spesso che solo abbracciando tale separazione si rendono possibili l’incontro e la fusione.

2. Perfino i maestri ne hanno uno!

Noi crediamo che Gesù, Buddha, Osho, Tolle, Krishnamurti e guru vari, viventi e non, siano o fossero degli esseri perfetti, inamovibili, impeccabili, privi di ego e di qualsivoglia manifestazione dell’ego umano. Pensiamo che costoro non soffrissero, non provassero alcun fastidio o rabbia, che fossero fuori dalla dualità, immersi nel cuore e nell’amore universale sempre e costantemente. Ma i maestri sono pur sempre degli esseri umani, dotati di ego. Il fatto che stazionino su un livello di coscienza più elevato e che siano tendenzialmente fuori dal giudizio non significa che stiano vivendo in uno stato di grazia. Noi abbiamo però bisogno di crederlo. Ci serve pensare che esista uno status terreno che ci porti e mantenga fuori dalla sofferenza e ci faccia essere finalmente felici, bravi, buoni, adorabili e degni di essere amati da chiunque. E ci serve credere che presto o tardi staremo bene. Ma la dinamica che ci fa credere che i guru siano esseri perfetti e felici è la stessa che ci fa sembrare i nostri amici sposati e fidanzati più felici di noi che siamo single, e la stessa che ci fa sentire tristi quando siamo in coppia rispetto ai nostri amici single che sono liberi di fare quello che vogliono. È la dinamica dell’erba del vicino. Ma se avete mai conosciuto da vicino un guru, avrete notato la sua impeccabile gestione della vita e delle dinamiche malate e complesse in ogni sua parte, tale da ridurre al minimo qualsiasi conflitto interiore, ma se la vostra conoscenza non è stata sporadica ma approfondita e duratura, avrete notato anche che è un essere umano proprio come noi, con le sue qualità e debolezze, le sue gioie e dolori, la sua pace e la sua inquietudine. Ciò che differenzia un guru da noi è che noi abbiamo la necessità di riconoscerlo tale, in modo da confermare ora e per sempre la nostra inadeguatezza.

Per sopperire a questo disagio, l’azione migliore che l’essere umano ama compiere è quella dell’imitazione. Inconsciamente siamo infatti portati a studiare e a tracciare mentalmente il profilo del “corretto illuminato” e a ricalcarlo in tutto e per tutto. La mente, l’ego, impara a memoria i comportamenti e gli atteggiamenti auspicabili se si vuol essere illuminati e li ripropone fedelmente al fine non tanto di essere felice, ma al fine di far credere a tutti che noi siamo felici, affinché tutti ci possano amare, lodare e donarci dall’esterno la felicità che ci manca.

3. Fly down

Generalmente ci sopravvalutiamo molto quando riusciamo a credere a tutti gli artifizi da noi accuratamente e minuziosamente costruiti. Ci piace avere un’immagine “molto spirituale” di noi stessi da mostrare al mondo, e quindi ci auto-inseriamo nella categoria di quanti si reputano pronti a compiere il sacrificio finale, immolando il proprio sudicio ego sull’altare del non-dualismo.

Già. Peccato che regolarmente ci si dimentichi che, per poter sacrificare un ego, bisogna prima possederne uno. Possedere un ego integro e sviluppato significa semplicemente avere risolto i propri conflitti, guarito le proprie fratture, espanso al massimo la propria coscienza, abbracciato l’intero spettro dei sentimenti umani e, in ultima analisi, aver conosciuto ed esperito tutto ciò che si è nati per conoscere ed esperire.

Chiunque desideri “sbarazzarsi del proprio ego” senza avere raggiunto questo stato, è come se volesse sollevare un secchio stando in piedi al suo interno.

I percorsi, antichi di millenni, che prevedono la dissoluzione dell’ego nella coscienza cosmica furono concepiti da individui di una tale levatura da far sembrare i loro lettori odierni dei perfetti cavernicoli, se messi al loro confronto. È come se questi lettori, aspiranti illuminati, pensassero di essere a pochi metri dal traguardo, quando in realtà devono ancora mettere in moto… e non solo, hanno anche problemi ad inserire la chiave nella fessura. Ma, invece di affrontare il problema, loro preferiscono immaginarsi già sul podio, ammantati da un’aura di santità, mentre elargiscono benedizioni e sorrisi benevolenti.

4. Ok, cosa farne?

Contrapporsi all’ego significa contrapporsi a sé, significa creare nuove fratture e nuove divisioni; è paradossale, non ha senso, è un po’ come “fare la guerra per portare la pace”. Un’assurdità. Che è quello che accade quotidianamente fra gli ego umani ed è ciò che li rende paradossalmente così simpatici a Dio.

L’ego non va negato né tantomeno combattuto, ma casomai riconosciuto, compreso e ridimensionato, ovvero: va capito in quale misura noi siamo esso e in quale misura non lo siamo. Esso è una parte di noi, ma non è la nostra totalità. L’ego è me, ma io non sono soltanto ego: io sono un insieme inscindibile di tutto ciò che mi compone. Io non sono “oltre” l’ego, io sono anche l’ego stesso; io non sono “oltre” il corpo, io sono anche il corpo stesso; e così via.

Ma non basta capirlo con la mente attraverso la ragione: dobbiamo sentirlo dentro. Questo non accade creando ragionamenti che dividono fra “ego = sbagliato” e “non ego = giusto”! Non accade nemmeno leggendo questo articolo.

Noi non siamo “oltre”, ma qui. Non saremo “un domani”, siamo adesso. Tutto ciò che è altrove o in un altro tempo, è fittizio, posticcio, immaginato, inesistente. Ma noi non lo sappiamo, perché siamo sempre lì che pensiamo a come fuggire via dall’ego e perderci fra le braccia di un fantomatico Dio che neppure conosciamo. Ma questo non accade, quindi soffriamo e diamo la colpa all’ego e a quel Dio a cui diciamo di affidarci e a cui rivolgiamo le nostre preghiere di richiesta di beatificazione, continuando implicitamente a non fidarci di Lui mentre siam lì che gli giuriamo amore eterno convinti di meritare il paradiso. Sempre e per sempre, ripetendo a ciclo continuo questa angosciante fuga. E questo perdurerà fino a quando non capiremo che non è la fuga dall’ego e dalla terrenità quella che ci occorre. Del resto, se siamo incarnati nel mondo (soprattutto in questa epoca) è per “fare cose con persone”, non certo per fonderci nelle impersonali ulteriorità celesti (cosa che accadrà in modo naturale a tempo debito). In altre parole, non veniamo qua per apprendere lo spirito che sta “oltre” la materia, no: veniamo qua per apprendere lo spirito che è DENTRO la materia.

Per penetrarla, per conoscerla e per divenire materia stessa, per questo noi ci incarniamo.