Daniela CoinConsulente

cane depresso

 La routine che ci uccide

Tutti noi, presi dalla routine della vita, ci dimentichiamo troppo spesso di quello che siamo venuti a fare qui.

“E che cosa sono venuto a fare??” domanderete voi, giustamente, aspettandovi che qualcuno vi sveli i misteri su cosa farete “da grandi” o sul perché della vita. Sono spiacente di deludervi, però vi comunico che nessuno di noi sa con precisione cosa sia venuto a fare su questo pianeta. Non lo sa nessuno, con certezza, e non lo saprete mai nemmeno voi.

Però c’è una cosa, assoluta ed indiscussa, che tutti, e sottolineo tutti, vogliono. E’ una condizione innata di tutti gli esseri viventi ed è la sola cosa che dovremmo preoccuparci di curare, in assenza di altre direttive. Ma è un impegno che dobbiamo tenere alto anche quando lavoriamo, quando usciamo con la persona che amiamo, quando qualcuno ci fa arrabbiare e anche quando le cose non vanno come vorremmo..

Gli esseri viventi, tutti, vogliono stare bene!

Oh, adesso qualcuno dirà: “Beh ma il bene è relativo!” Giusto! Allora, cosa intendiamo per “bene”?
E’ semplice. Io direi che “stare bene” è la condizione dell’essere vivente caratterizzata da uno status emotivo interiore sereno, gioioso, dall’assenza di emozioni negative e, possibilmente, dalla presenza di amore e condivisione. Questo, va da sé, influenza anche la realtà esterna sotto ogni aspetto della vita di tutti i giorni.

Anche i depressi vogliono essere felici!

E quelli che vogliono morire? I depressi? Gli autolesionisti? Anche quelli? Anche quelli vogliono stare bene? Anche se passano le giornate ad autodistruggersi e a dire che vogliono morire?
Certo! Soprattutto quelli! Sono persone che hanno un estremo bisogno di attenzioni, di essere comprese e di stare bene. Desiderano così tanto stare bene che, non riuscendoci, ne soffrono più di qualsiasi altra persona al mondo. Tanto da finire in depressione, non riuscendo a reagire.

Cosa siamo venuti a fare su questo pianeta?

Parafrasando il mio caro amico Salvatore Brizzi, mi chiedo e vi chiedo: cosa siete venuti a fare su questo pianeta? A rispondere a whatsapp o a svegliarvi?

Perché è divertente stare su facebook o passare le giornate a controllare gli accessi su whatsapp di quelli che ci piacciono, è divertente stare ore a guardare la tv o giocare ai giochini, ma poi ci divertiamo allo stesso modo quando ci troviamo a fare i conti con gli eventi catastrofici che la vita propone? Oppure reagiamo incazzandoci ogni dieci minuti per qualsiasi cosa senza chiederci come mai, giusto perché lo fanno tutti?

Perché accadono le cose brutte?

Quello che secondo voi succede è più o meno questo: noi siamo lì, tranquilli, perfetti, retti e bellissimi, e ad un certo punto, così dal nulla, accade una cosa bruttissima che non ci aspettavamo e che ci spiazza, ci distrugge e ci fa soffrire. Spesso, se non troviamo una soluzione, alla lunga ci arrendiamo e cominciamo a chiuderci in noi e a deprimerci.
Questo è quello che a voi sembra che accada. Quello che chiamate ingiustizia, crisi, catastrofe, dramma, etc.
Ma vi sembra possibile che accada davvero così?
La domanda che vorrei farvi è: dove diamine eravate quando vi arrivavano i segnali di un’imminente disfatta?
Ve lo dico io: eravate imbambolati a guardare la tv, a chattare, a uccidere mostri virtuali, ad offendere quello davanti a voi in macchina e a trovare un modo per conquistare la persona che dite di amare (illudendovi che quella conquista possa portarvi quella felicità che manca nella vostra misera vita!)

Non vi sembra troppo comodo passare la vita a cazzeggiare, alzandovi in piedi solo quando si tratta di trascinarvi da un luogo all’altro, e inveendo quando succede qualcosa che non vi piace? Questa è una modalità, uno stile di vita adottato da una grossissima percentuale di persone. Questo lifestyle secondo cui ci si deve distrarre il più possibile (social network, bar, locali, alcool, droghe, videogiochi, spiritualità, innamoramenti, sesso..) per non farsi trascinare sotto terra dalla depressione e dalla paura, dall’ansia e dal nulla più assoluto, fino a che non vi piove addosso un evento catastrofico che per un certo periodo di tempo vi dà questa magnifica possibilità di cambiare finalmente strada!

Evolvere nella crisi

Ogni avvenimento apparentemente orribile e devastante è, in realtà, una benedizione.
Lo so che fate un po’ fatica a considerarla tale ma vi garantisco che il cambiamento che impone un evento inatteso, quando si riesce a capire come accoglierlo e padroneggiarlo, è sempre migliorativo. Sempre!

La dinamica è sommariamente questa: ci veniamo a trovare in una situazione di stasi (lavorativa, affettiva, emotiva, famigliare..). La stasi non è mai positiva. La stasi è una proprietà della morte, o al limite della meditazione (ambedue condizioni extraterrene), non certo della vita, ovvero di quello che facciamo su questo pianeta! Siccome la stasi, il dolce far niente, non è una condizione che si addice alla vita, inconsciamente ricreiamo condizioni che ci spingono a muoverci.
Sarebbe per me semplice dire che lo fa l’Universo, Dio o chichessia, ma in realtà siamo proprio noi a metterci nelle condizioni tali affinché questi eventi drammatici accadano. Chi ha sviluppato una buona capacità di osservazione si può anche rendere conto di tutto quello che ha fatto per avverarla o di quello che avrebbe potuto fare, o non fare, per evitare quella catastrofe. Una parte inconscia di noi, quindi, opera affinché non rimaniamo fermi a deperire.

Saper riconoscere i segnali che ci annunciano un imminente cambiamento è la chiave per saper accogliere questa variazione come una benedizione e non come un trauma.

Chi sono i depressi?

Quelli che non hanno compreso gli eventi destabilizzanti accaduti e che non hanno saputo mettere insieme le forze per reagire, si sono trovati a dover gestire una situazione sicuramente difficile, magari senza saper accettare il supporto di persone in grado di aiutarli. Questo li ha portati ad arrendersi, a credere che non ci fosse più nulla da fare, e a pensare che la soluzione più facile al loro problema fosse la stasi, in attesa della morte.

Questa condizione si chiama depressione ed è, cito da Wikipedia, “una patologia psichiatrica o disturbo dell’umore, caratterizzata da episodi di umore depresso accompagnati principalmente da una bassa autostima e perdita di interesse o piacere nelle attività normalmente piacevoli (anedonia)”.

Il depresso, nonostante nella sua condizione spesso si rifiuti categoricamente di ricevere aiuto, è una persona come le altre che, se motivato, può decidere di cambiare la sua situazione di stasi ed uscire dal disagio. E’ una persona che ha fatto una scelta e vive subendo questa condizione, certo che non ci sia più nulla da fare per tornare ad essere felice. In realtà, il più depresso fra i depressi, così come te che stai leggendo l’articolo e tutte le persone che conosci, è a un passo dalla felicità. Oserei dire che tutte le persone che non vivono in una condizione di gioia e felicità, sono delle persone depresse. A vari stadi, in vari momenti, siamo tutti depressi. La depressione (mancanza di pressione, ovvero di spinta ad andare avanti) è una condizione abbastanza comune in chiunque. La società non manca, giorno dopo giorno, di ricordarci che non abbiamo reali motivi per andare avanti. Che il mondo fa schifo, che le persone fanno schifo e che la vita non merita di essere vissuta appieno! Con questi presupposti, è anche difficile non deprimersi. Aggiungeteci un insuccesso lavorativo, una lite domestica, un evento destabilizzante a caso, ed ecco comparire la fase di down psicologico che, se protratta per lungo tempo (qualche mese), può dare il via a quel fenomeno chiamato depressione.

Come si cura la depressione?

Essendo una condizione volontaria, conscia o meno, propria dell’individuo che la subisce, la depressione può essere facilmente guarita. Chiaramente, la sola persona in grado di guarire un depresso, è il depresso stesso.
Molti non lo sanno ma la depressione non è una malattia che si prende andando in giro scoperti e che va curata con le medicine. I farmaci non curano la depressione; aiutano solo il malato a mantenere la mente in uno stato alterato al fine di sentirsi un po’ meglio. Infatti, per quanto riescano ad agire anche fisicamente sul nostro corpo e quindi, di conseguenza, anche sul nostro stato d’animo, questi farmaci non hanno la reale capacità di aiutare il paziente a risolvere la causa del disagio. Nonostante vi siano soggetti più predisposti, va precisato che la depressione non è una malattia genetica o virale. E’ semplicemente uno stato d’animo (che va comunque ad influenzare la prole e può essere trasmesso anche dai genitori, ma a livello di condizione emotiva data dalle circostanze esterne e non da una patologia fisica), ma è uno status a disposizione di tutti, come lo sono altre emozioni quali la rabbia, la gioia, la felicità, etc. In realtà noialtri siamo tutti dei potenziali depressi, così come siamo tutti dei potenziali esseri umani felici e gioiosi. Da quale parte far pendere l’ago della bilancia dipende da noi, ovviamente. Utilizzare dei farmaci significa inibire i corretti processi fisiologici e mentali e rischiare di compromettere ogni possibilità di rinsavimento. Tuttavia, per coloro che preferiscono “la scorciatoia” e non amano mettersi in discussione e prendere in mano la propria vita, utilizzare gli antidepressivi è sicuramente la soluzione migliore.

La svolta che porta sulla via della guarigione sta solo nel rendersi conto, e ricordarsi, che ogni evento accade per portarci ad un miglioramento. Fatto ciò, non resta altro da fare che imparare a comprendere le dinamiche degli eventi e a sfruttarli a nostro favore.

L’obiettivo, non dimentichiamolo, rimane sempre quello di essere felici o, se non altro, sereni. E non è una cosa difficile da tenere a mente. Tutt’altro. Non esiste essere vivente che non voglia stare bene. Esistono solo persone impaurite e confuse.

Curare una persona depressa non è un lavoro che può fare un famigliare (che, nella maggior parte dei casi, è una delle cause primarie che mantengono il depresso in quella situazione). E’ un lavoro che deve rimanere appannaggio di chi, per dote innata o per professionalità, è in grado di saper entrare nei processi cognitivi della persona assistita al fine di rompere quelle convinzioni radicate che la mantengono in stato di apatia, dandogli così modo di riconoscersi come essere umano, vivente e potenzialmente creativo, e fornendogli quindi gli stimoli necessari per rimettersi in gioco, se necessario (quasi sempre!) anche stravolgendo per intero la loro condizione di vita in essere.

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