di Matteo Camorani

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Il male di oggi

Viene chiamata in molti modi: solitudine, alienazione, isolamento… ma pare sia la condizione più diffusa dei nostri tempi. Pur essendo molto più interconnessi e in contatto rispetto a un tempo (complice anche l’enorme boom tecnologico degli ultimi 50 anni), paradossalmente nella modernità avvertiamo spesso quel senso di incomunicabilità, di distanza e di disagio dovuto alla percezione di essere soli, cioè “non uniti” agli altri.

Mai come oggi siamo reciprocamente collegati e al tempo stesso separati: tra internet, telefonia, messaggistica e social network, possiamo in ogni istante metterci in contatto con chiunque in un ampio numero di modalità. Ciononostante, spesso percepiamo che nessuno dei rapporti che instauriamo è caratterizzato da quella profondità necessaria a farci sentire in comunione con gli altri.

Molti integralisti dei luoghi comuni e paladini della gretta cultura popolare amano affermare che sia “colpa della tecnologia”, che “una volta si parlava di più” e altre banalità simili, che possono anche essere vere da un punto di vista relativo, ma che divengono idiozie nel momento in cui rivendicano una valenza assoluta. In passato, infatti, il senso di solitudine era meno diffuso (o meglio, meno percepito) perché l’aggregazione sociale costituiva la principale forma di distrazione e intrattenimento personale. Basti pensare ai racconti dei nostri nonni: nella loro gioventù non c’era tanto altro da fare, perciò si interagiva molto più spesso di quanto non si faccia oggi. Non era virtù, ma banale necessità.

Se oggi ci si sente molto più soli non è ovviamente colpa di un qualcosa di inanimato come la tecnologia, ma l’effetto di un bisogno nuovo che, in questa fase di transizione così delicata ed importante, emerge sempre più forte e viene avvertito da sempre più parti di umanità: il bisogno di un contatto umano talmente verace e profondo da permettere di specchiarsi nel proprio prossimo con un’intensità mai conosciuta prima d’ora. La tecnologia tenta di sopperire a questo bisogno riuscendoci solo in parte, in quanto essa è un media, un semplice strumento che offre potenzialità, ma che da sola non può determinare la qualità dei rapporti instaurati attraverso essa.

Il problema reale non è il mezzo con cui questa comunione si attua (o non si attua), ma piuttosto il fatto che questo sempre crescente bisogno di auto-conoscersi attraverso l’interazione col prossimo è nella maggior parte dei casi del tutto inconsapevole… così come è inconsapevole, di conseguenza, l’origine del senso di solitudine che deriva dalla sua mancata soddisfazione.

Dopo questo breve excursus “sociale”, entriamo nel merito della dimensione individuale: se il problema è l’inconsapevolezza, allora la solitudine è una condizione che, prima di essere affrontata, tamponata o risolta, va anzitutto capita.

Cosa significa essere “soli”

Può definirsi “solo” chi nell’intimo suo, per scelta o circostanza, non ha più nessuno su cui proiettare la propria interiorità. È una condizione interiore (che prescinde quindi qualsiasi tipo di situazione) che, in sé stessa, non ha caratteristiche piacevoli o spiacevoli, ma viene vissuta in modo diverso a seconda del grado di autocoscienza di chi la vive.

Se si prova bisogno o necessità del contatto con gli altri e questo contatto viene negato (per le ragioni più disparate), allora si tratta di una solitudine “forzata” dagli eventi. Naturalmente, a questo tipo di solitudine si accompagna un forte senso di dolore e isolamento, una sensazione di parzialità lancinante, come venir privati di una parte di sé, in quanto l’anima in questione non si auto-conosce abbastanza ed è ancora convinta che “gli altri” (il loro amore, rispetto, stima, ecc.) siano elementi imprescindibili per capire chi essa sia e quanto valga. Da questo origina il disorientamento e la confusione: vorremmo che gli altri ci dessero l’amore che non riusciamo a evocare in noi stessi, e ce ne accorgiamo solo quando il rapporto con gli altri viene meno. È per questo che la solitudine, a molti, fa paura.

Ma proprio per questo motivo, la solitudine va affrontata ed elaborata. Il lavoro su di sé è severo, e intraprenderlo implica rinunciare al diritto di proiettare al di fuori, rinunciare al diritto di aspettarsi qualcosa dall’esterno, rinunciare all’idea che “gli altri” ci debbano qualcosa.

La solitudine, come si diceva all’inizio, non è piacevole o spiacevole di per sé stessa. Si può dire che essa sia la condizione naturale di chi si è risvegliato. Di fatto, i grandi illuminati della storia, come Buddha o Gesù, erano le persone più sole che fossero mai esistite, nonostante fossero circondate da migliaia di seguaci e conoscenti. Nessuno dei loro contemporanei era in grado di comprenderli appieno… a nessuno potevano confidarsi, ma il punto è che essi non ne avevano alcun bisogno. Erano pienamente consapevoli di sé, avevano estirpato i fili della dipendenza e della proiezione, avevano combattuto e vinto le proprie battaglie, conquistando la completezza. E questa completezza si celebra proprio nella più totale solitudine e nel più vuoto silenzio.

Fa paura, vero?

Se questa prospettiva ci sembra terribile e oscura, è solo perché siamo ancora immersi nella proiezione e nel bisogno. Quando la sorgente interna viene trovata, e la necessità ossessiva di ricevere da fuori si placa, rivendichiamo la nostra pace e conquistiamo la libertà. La libertà dalla dipendenza, dall’aspettativa, dalla parzialità. La libertà di amare senza contaminazioni. Gesù e il Buddha amavano, ma la grandezza del loro amore e della loro compassione era connaturata alla loro indipendenza ed autosufficienza interiore.

Col tempo la nostra coscienza si espande e muta, ma non solo: anche i nostri occhi cambiano. Prima o poi, gradualmente, comprendiamo l’esortazione di Sant’Agostino: “Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”.

Ed ecco che la solitudine non è più un antro freddo e buio, ma diviene un luogo di Presenza e Beatitudine; non è più sinonimo di mancanza e dolore, ma di coscienza e libertà. E immersi in quello stato, non ricerchiamo più la compagnia di altri per bisogno, ma per libera scelta; non stiamo più con il partner per paura del mostro della solitudine, ma per libera volontà di condividere la vita. Senza paura, senza dipendenza, senza aspettative, pronti a ricevere quello che arriverà e a dare ciò che sentiremo giusto dare.

Può sembrare utopistico e inarrivabile, ma questa è la destinazione che ci attende, e tutti (nessuno escluso) siamo in corsa verso questa direzione.