di Daniela Coin, Consulente Relazionale

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Un amico mi raccontava di quante volte si fosse sentito dire una frase tipo “Sai, sarebbe ora che ti trovassi una brava ragazza!” e di come lui ogni volta pensasse, senza osare dirlo, una risposta del tipo “Ma veramente a me piacciono troie!”
A una frase del genere sicuramente si scateneranno gli ego di tutti, donne e anche uomini perbenisti che si sono dimenticati chi sono.
Alle donne, d’altro canto, viene detto “Trovati un brav’uomo e fatti una famiglia!” e intanto, quelle più sane e meno castrate dalla menzogna, pensano “Ma veramente a me piacerebbe farmi scopare da uomini in fila!” …or something like that!
Tra l’altro, di solito, a dispensare questi sacri consigli su una vita casta e pura, sono i più depravati fra migliaia. Coloro che si giudicano sporchi al sol pensiero di quello che desiderano ardentemente negli angoli remoti delle loro menti e di quello che, molto spesso, anche fanno. Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv (cit.)

Infatti, l’atto di dire agli altri cosa fare, come essere delle persone migliori, e quindi segnalare loro dove stanno sbagliando, non può che venire da un giudizio che sta divorando proprio il predicatore stesso.

Tutto, vedremo, nasce dal giudizio. Ma il giudizio dove affonda la sua consapevolezza del bene e del male?
Perché se il parametro è errato ed è stato stabilito da persone ottuse e cieche, allora forse dovremmo rivedere un po’ tutto il nostro sistema di credenze, a comunciare da questo che è un’auto-castrazione che causa frustrazione, violenza, imbrogli, sotterfugi e tristezza.

In tempi antichi, quella che noi chiamiamo prostituzione, era ritenuto un atto sacro e magico, di enorme valore. La donna non veniva svalutata se considerata da molti uomini attraente e seducente, anzi, aveva una grande importanza ed era considerata da tutti con rispetto e godeva di infinita stima. Quale migliore gioia, infatti, per una donna, che l’essere considerata e stimata da tutti gli uomini e le donne? Queste “prostitute” erano sacerdotesse e, anche se a volte potevano da qualcuno essere considerate immorali, sicuramente da tutte le donne erano invidiate e ogni uomo avrebbe voluto unirsi sessualmente con loro.

Solo successivamente, all’incirca al tempo della legge ebraica, la prostituzione fu indicata per la prima volta come atto dissoluto e peccaminoso.

È importante precisare che, sia nell’antica Grecia che nell’antica Roma, le cortigiane, concubine, fino alle più comuni prostitute, erano ritenute utili e non venivano condannate o disprezzate per il loro lavoro. Alcune concubine venivano anche prese in casa dai ricchi, spesso per dare loro figli (del tutto legittimi) senza esporre le mogli nobili ai rischi del parto che all’epoca erano molto elevati.

Inizialmente nemmeno la Chiesa si schierò contro la prostituzione. Condannò l’omosessualità (già condannata anche in Grecia dai tempi di Teodosio II), e cercò di convertire le prostitute, ma non considerò questa pratica, da sempre ritenuta legale e regolamentata da precise leggi, come un peccato grave. Lo stesso Sant’Agostino disse “Togli le prostitute dalla società e ogni cosa verrà sconvolta dalla libidine.” (dal De Ordine II, c. 4, 12). Esso sosteneva che gli uomini, tolte le prostitute, avrebbero comunque continuato a cercare rapporto al di fuori dal matrimonio. E mi pare di poter affermare che non si sbagliasse affatto.

De Andrè cantava:
“Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia
quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia”

La necessità fisica di dare (più insita nell’uomo) e di ricevere (più presente nella donna) sono infatti caratteristiche dell’essere umano animale, e del corpo fisico, e sono ciò su cui si fonda la vita da sempre. Dirò anche che la spasmodica voglia di accoppiarsi intesa come bisogno assoluto è data da quel senso di vuoto e di mancanza, che è il risultato della primordiale separazione da Dio, sancita fin dall’inizio dei tempi. Tale separazione, che noi viviamo con sofferenza estrema e senso di abbandono, non è stata voluta dall’uomo, come ci vogliono far credere, aumentando il nostro senso di colpa, ma è stata una necessità divina. Una necessità di conoscere sé stesso che ha portato a creare la separazione per poi, un giorno, tornare all’unità. Non può esistere coscienza di Sé, infatti, senza che vi sia prima la caduta, la divisione. È un po’ come dire che l’Uno non può essere “uno” senza che vi sia un “due”. Un uno senza l’esistenza del due, è il nulla.

Questo stimolo del dare e ricevere di cui parlavo, trova la sua massima espressione d’amore, pur sempre umano e terreno, nel donarsi e condividersi, per l’uomo, e nell‘accogliere e servire, per la donna. Purtroppo però tutta questa mescolanza di desideri elevati di amore e condivisione, tipici degli animali che vivono con serenità la loro sessualità e vita affettiva, viene vissuta con senso di colpa e filtrata da menti umane arrabbiate con Dio perché si sentono sole. Gli animali però (mi riferisco prevalentemente a quelli che vivono lontani dall’uomo), che sono nella nostra stessa condizione, non si sentono in conflitto con Dio poiché hanno mantenuto il loro equilibrio interiore. Essi, svolgendo alla perfezione il loro compito, vivono con serenità il loro transito nella materia, svolgono il loro compito e fanno le loro esperienze senza per questo sentirsi sbagliati, malati o sfruttati.

Vivere serenamente ciò che siamo e quello che stiamo facendo a questo mondo significa fare quello che abbiamo voglia di fare, come abbiamo voglia di farlo, e nella misura in cui ci aggrada. La violenza che tutti temiamo quando parliamo di libertà non dipende dall’avere carta bianca di essere e fare ciò che desideriamo ma, al contrario, la cattiveria e la violenza si formano ogni volta che reprimiamo la nostra innata propensione alla condivisione, al sentirci liberi di essere ciò che siamo. Ogni volta che ci sentiamo giudicati, ogni volta che giudichiamo, stiamo creando separazione e sofferenza, e tutto questo turbinio di emozioni negative necessita di essere sfogato diventando perversione, violenza, separazione.

Parlando con amici, da sempre sento raccontare storie sessuali di ogni genere. Incesti o desideri di rapporti incestuosi sono all’ordine del singolo; nell’antichità erano buona norma, eppure col tempo sono diventati la peggiore delle pratiche, dopo la pedofilia, altro tabù che da centinaia di anni crea i più grossi traumi mai concepiti dagli esseri umani.
Ho sempre ritenuto che, nel momento in cui i bambini vengono naturalmente attratti dalla sessualità, una delle cose peggiori che l’essere umano possa fare sia trasmettere loro il senso della pudicità, il messaggio che vi sia qualcosa di sbagliato, qualcosa da nascondere, o di cui vergognarsi. Il doversi nascondere, il dover tacere. Non abbiamo forse tutti creduto, quando abbiamo scoperto la sessualità, di essere sporchi e di avere qualcosa di sbagliato? Non abbiamo quindi cominciato a temere il contatto  fisico, a limitare il nostro spontaneo desiderio di affetto o a praticarlo con paura? E da qui non abbiamo iniziato forse a sviluppare quelle che vengono definite perversioni e a cercare di mentire, nasconderle, per poi finire a praticarle con paura, negatività e, perfino, corstrizione e violenza? La costrizione, creata o subita, non è forse direttamente dipendente dal credere che ciò che facciamo o subiamo sia sbagliato? Le stesse cose che, praticate con senso di colpa, venissero proposte come esaltazione della persona, della sua anima e corpo, con profondo rispetto e con la libertà di volersi bene e di creare un contatto profondo, partendo dal corpo e finendo col toccarsi l’anima, non sarebbero quindi i migliori gesti d’amore e di benevolenza che si possano concepire?

Eppure tutto questo sesso che a noi fa così schifo e che ci fa sentire delle persone orribili, potrebbe tranquillamente, e in ogni sua forma, risultare normale e accettato da tutti, se solo ci si facesse una semplice domanda: quale colpa ci può mai essere nel provare e regalare piacere? Quale mostro potrebbe mai desiderare che noi non godiamo di ogni piacere? Quale perversione è mai quella che ci spinge a rinnegare gli usuali ritmi del nostro corpo in nome della colpa e di una presunta santità che di divino non ha proprio niente?

Noi umani veniamo concepiti (e a volte anche nasciamo) liberi dalla colpa, al contrario di quello che ci dice la Chiesa, e veniamo al mondo con tutto il potere divino integro, pronto a manifestarsi. Ma nasciamo in un mondo ormai abituato a soffocare nel suo stesso respiro. Veniamo al mondo brucianti come fiamme sacre e ci ritroviamo incupolati sotto a una volta ermetica che, piano piano, ci toglie ossigeno e ci costringe a spegnerci. E, in questo lento morire, ce la prendiamo con Dio. Guardiamo in cielo, anziché guardarci dentro, e soffriamo. Desideriamo sentirci completi, desideriamo per qualche attimo conoscere il godimento divino, e quale miglior modo per sentirci pieni, felici ed entusiasti, che un orgasmo?

Ciò che Dio ha previsto non può essere fuori dalla sua volontà. E Dio ha previsto ogni cosa, poiché ogni cosa ha un suo perché. La sofferenza e la morte del corpo non preoccupano Dio. Preoccupano solo l’uomo che non sa chi è e che, giorno dopo giorno, punisce la sua sacralità, sottoscrivendo e difendendo il diritto a essere uomo separato, a essere un corpo, coltivando quindi sofferenza e ottenendo miseria.

Si può fare, è previsto. È una parte del Tutto anche questa. È divina. È senza colpa. E, finché ci andrà, potremo credere di averla.

Finché ci andrà potremo giudicare gli altri per non osservare ciò che siamo.

Potremo rivendicare il diritto alla sofferenza.

Alla colpa e alla morte.